Rosenblum, scatti di speranza sul Bronx

Ci sono almeno due ragioni per non lasciarsi sfuggire la bella mostra «Walter Rosenblum. Vivere a New York 1938-1980», a cura di Enrica Viganò, aperta fino al 18 dicembre al Centro Culturale di Milano (via Zebedia 2, ingresso libero). La prima è che Rosenblum è uno dei maestri della fotografia americana, e non capita tutti i giorni di vedere i suoi lavori. La seconda è che il suo modo di guardare, e quindi di fotografare, può essere di insegnamento, soprattutto oggi.
Prima di dire che cosa può insegnarci, però, facciamo conoscenza con l’artista. Rosenblum (New York 1919-2006) è uno dei maggiori esponenti della fotografia sociale, cioè di quella fotografia realista che vuole documentare la vita della società contemporanea. Nella mostra milanese l’artista americano ci racconta la gente di New York attraverso tre luoghi: Pitt Street, una strada di Brooklyn (sono le foto più antiche, tutte degli anni Trenta); la Centocinquesima Strada, una delle zone più povere del quartiere di Harlem, abitata prevalentemente da immigrati portoricani (scatti degli anni Cinquanta), e infine il Bronx (fotografie degli anni Ottanta). Visti gli argomenti, ci si potrebbe aspettare una serie di immagini di cronaca nera, tutte emarginazione, degradazione, mercimonio. Non è così. Rosenblum (e in questo consiste il suo maggior insegnamento) non esaspera mai i toni della narrazione, non cerca mai il trash, il pugno nello stomaco, la campagna fotografica «di denuncia», che tanto piacciono oggi. Al contrario, si esprime in un tono dimesso, pacato, che non elimina il negativo, ma nemmeno lo accentua oltremisura col gusto della brutalità e dell’eccesso. Fotografando Pitt Street, per esempio, Rosenblum fa vedere le situazioni di povertà, di malattia: riprende una bambina affetta dalla poliomielite che porta dei rinforzi sulle gambe rachitiche; una ragazza col cappotto un po’ grande che evidentemente non ha comprato, ma preso usato da qualcuno; misere merci in vendita sul marciapiede. È capace però di cogliere anche momenti di tenerezza, dimostrazioni di dignità e coraggio, segni di speranza. La bambina in piedi sull’altalena sotto il ponte di Brooklyn, che nello squallore dell’ambiente urbano riesce a trovare uno spazio per svagarsi, quasi per volare nell’aria; i ragazzini che giocano a carte per strada, sui gradini davanti a una porta (nessuno di loro, certo, ha una cameretta in cui invitare gli amici, come i bambini di oggi); le donne che si intravedono dalle finestre, dietro i vetri, raccontano la loro vicenda senza sensazioni forti. E proprio per questo le immagini risultano più vere, più intense, meno prevedibili. Più belle. «Ho incontrato la mia parte di diavoli - diceva Rosenblum - e so di che cosa sono capaci. Ma non ho mai pensato che l’uomo, la donna siano dei diavoli, e questo è lo spirito che mi ha spinto a fotografare». Non il Grand-guignol fine a se stesso, insomma, non lo spettacolo del dolore a cui siamo ormai abituati, ma un modo di vedere in chiaroscuro, che (senza buonismo e senza retorica dei buoni sentimenti, per carità) non dimentica che non bisogna fare teatro con la propria angoscia. Nel suo lavoro, ha detto lui stesso, si è attenuto a una sola massima: «Fotografare è avere rispetto per chi si fotografa».