Rossana Rossanda mito del giornalismo orfano del passato

Ruggero Guarini

A Rossana Rossanda, da qualche tempo, ogni tanto accade di sentirsi dire che è un Mito. O che quanto meno lo è stata. Lo ha rivelato lei stessa, non senza un punta di lieto stupore, nella noticina redatta per il lancio del suo nuovo libro, un grazioso autoritratto che fin dal titolo (La ragazza del secolo scorso) lascia trapelare il tenerissimo affetto con cui questa squisita sibilla della nostra gauche più schifiltosa guarda oggi alla vicenda della sua lunga vita di compagna, sorella e magistra di due o tre generazioni di fanciulle e giovanetti nati come lei col bernoccolo del comunismo. Lei però un Mito non crede di esserlo stato. Né pensa di esserlo oggi. Né si propone di diventarlo domani. Anzi l’idea di poterlo essere la mette un po’ a disagio. È da questo disagio che sono nate queste sue nuove nostalgiche pagine?
Risponda chi ha letto il libro. Ma per capire che è un capolavoro leggerlo non è necessario. Basta e avanza la citata noticina. Che è forse è il passo più commovente che il decesso del comunismo abbia finora ispirato a un suo orfanello. «Questo – dice la nostra pizia – non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? Perché dici di esserlo? Che intendi? Senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? È una illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? Ogni tanto qualcuno mi ferma con gentilezza: “Lei è stata un mito!” Ma chi vuol essere un mito? Non io. I miti sono una proiezione altrui, io non c’entro. Mi imbarazza. Non sono onorevolmente inchiodata in una lapide, fuori del mondo e del tempo. Resto alle prese con tutti e due. Ma la domanda mi interpella».
Passo tanto più struggente in quanto mentre da un lato rivela che l’autrice, essendo la veggente che tutti sanno, non ignora che l’oggetto della sua fede è forse una frusta chimera fatta a pezzi da madama Storia, tanto che ormai è persino giunta a nutrire il non vago sospetto che la sua volontà di continuare a venerare i suoi resti altro in effetti non sia che una puerilissima forma di cocciuta necrofilia, dall’altro sembra esprimere quella singolare varietà di orgoglio e di fierezza che nell’ora del tramonto di ogni grande fede non manca mai di indurre i suoi più sublimi devoti a far pompa dei loro crucci e travagli interiori scodellandoli in pubblico insieme alla loro inestinguibile brama di continuare a onorare la salma del proprio vecchio Nume.
Tutto lascia comunque supporre che questa eccellente ragazza, benché sia fermamente convinta di non essere un mito, e ardentemente desideri di non esserlo, e tenacemente si proponga di evitare di diventarlo, non potrà sfuggire al suo destino, che è appunto quello di essere un essere mitico. Il titolo e il rango di mito, qualunque cosa essa faccia per rifiutarli, le spettano infatti di diritto. E si può facilmente prevedere che proprio ostinandosi a rifiutarli finirà per ottenerli. No, gentile signora: lei non può sottrarsi al dovere di farsi onorare come un mito. Glielo impone la tenace mitomania con cui è restata per tutta la vita aggrappata al mitico cadavere del suo caro Mito Estinto.
guarini.t@virgilio.it