Rossi che vanno, Rossi che frenano

Questo governo non riuscirà a fare le riforme serie, cioè quelle che servono con urgenza agli italiani e non alla Cgil. Il professor Prodi parla, il sindacato decide, il Professore attua. C'è anche la sinistra radicale, quella guidata da Bertinotti, ma la pasta è la stessa. La forza di Prodi sta nella corda che gli tiene le mani legate e che viene tenuta stretta da quei due soggetti: comunisti e sindacato.
Come i lettori sanno l'onorevole Nicola Rossi ha abbandonato i Ds perché ritiene che sia esaurita la spinta riformista della sinistra. Mica noccioline. Il professor Rossi è un economista che, sapendo d'economia (il fatto - si badi bene - non è scontato), sostiene da tempo la necessità di riforme profonde che l'aiutino a marciare più veloce in modo da creare più ricchezza. Non è uno di quelli che amerebbe vedere i ricchi in lacrime come vorrebbero Oliviero Diliberto e i suoi comunisti italiani. E non, crediamo, perché non ha a cuore i più deboli ma perché sa che senza creazione di ricchezza, di tanta ricchezza, anche con le disuguaglianze che ciò produce, non c'è possibilità di aiutare neanche i più deboli.
Abbandonando i Ds, Rossi ha detto una cosa importante: la sinistra non si occupa più della crescita, con questa Finanziaria, ma della lotta alla precarietà. Che vuol dire? È semplice: che si pensa di poter risolvere i problemi dei giovani, del lavoro, della disoccupazione andando dietro agli anacronismi del sindacato più vecchio d'Europa, il nostro, che vuole che tutto rimanga così com'è, che non vuole il precariato e promette ancora i posto fisso a tutti preferendo, evidentemente, i giovani disoccupati a quelli precari. Se c'è più crescita, c'è più lavoro. Altrimenti no. La precarietà si combatte facendo sviluppare il Paese, facendo crescere l'economia. Il lavoro lo crea il mercato, non lo Stato. Tantomeno la Cgil e la sinistra radicale.
Per far questo occorre fare le riforme che servono, a partire dalle pensioni. C'è poco da fare. È abbastanza singolare che il ministro del Lavoro, Cesare Damiano (ex Fiom, i metalmeccanici della Cgil) abbia, avantieri, dichiarato che sarebbe bene che Nicola Rossi rimanesse per contribuire alle riforme e, ieri, che il limite per mettersi d'accordo per la riforma delle pensioni stabilito per fine marzo si può rivedere. È solo un'ipotesi. Si metta d'accordo con se stesso perché Rossi è andato via anche per questo.
Ora, intendiamoci, non tocca a noi preoccuparci di quello che succede nei Ds e nel governo. Se la vedranno tra di loro. Quello che ci preoccupa, e molto, come abbiamo scritto tante volte, è che i loro casini finiscono per riguardare anche noi, gli italiani. Proprio ieri l'Ocse ha richiamato l'Italia per il debito pubblico. La riforma delle pensioni varata dal precedente governo era stata fatta proprio per questo: per riequilibrare i conti. Non le pensioni, questo governo non le toccherà. Epifani, Bertinotti e Diliberto non vogliono. Vogliono meno precarietà ma le pensioni possono rimanere precarie: nel senso che tra qualche anno potrebbero anche non essere pagate più. Ma questo non conta. Spendendo meno per i padri, come scrisse Rossi, si potrebbe dare di più ai figli. Ma per il sindacato più che la divisione tra padri e figli conta quella tra tesserati e non tesserati. E sono molti di più i padri che hanno la tessera, generalmente assunti e a tempo indeterminato. I figli sono quelli del lavoro flessibile e della disoccupazione ma questi, salvo un po' di demagogia, al sindacato interessano meno.
Per ora ai Rossi che ragionano, dalle parti del governo, preferiscono i rossi che li tengono in piedi.