Da Rossi (Paolo) a Rossi (Guido): la parabola azzurra

nostro inviato a Hannover
C’è Rossi e Rossi. C’era Pablito e l’Italia era tutta un sorriso. Ora c’è il Professore e l’Italia è tutta un mugugno. Meglio una puzza di marcio. Nel nome del più comune dei cognomi si è scritta una storia, si è chiuso un cerchio. C’era quell’Italia che ci aveva fatto sognare e delirare, ci aveva illuso, ci aveva detto: guardate, il calcio bello, quello che ama il bambino dentro di noi, è ricominciato. Paolo Rossi era stato il simbolo di un marchio d’infamia, l’Italia che usciva dal calcio scommesse, lui che si era fermato ai box per cause di forza maggiore (squalifica). Poi venne Pablito Rossi e fu subito mundial. Meravigliosa sinfonia calcistica. E molto di più. L’Italia restaurata, l’Italia rifondata. Tutto divenne più importante, più clamoroso, più goduto e godibile. I giocatori cominciarono ad incassare assegni più sostanziosi, il calcio a gonfiare il suo business. C’era Bearzot, nonno burbero ma simbolo di una certa onestà. Per quattro anni ci fu un’Italia del pallone che ci prese poco e niente, ma che importa avevamo già goduto. Eravamo il Paese del calcio più bello del mondo, più ricco e affascinante, arrivavano i campioni, pochi scappavano, molti di più chiedevano di venir a provare l’effetto che fa.
Pablito era il marchio di garanzia, nome semplice, facilmente pronunciabile, un pass più che una password: dal Giappone al Burundi. E intanto gli anni passavano, il calcio nostro scopriva Sacchi e il sacchismo, qualche magagna, tante stelle, il tempo di Maradona e il tempo di Roberto Baggio, il calcio del talento e il calcio dei talenti (nel senso biblico) che diventavano sempre più importanti, i conti in rosso e i conti da rissa. L’immagine di Pablito cominciava a scolorire: d’accordo ci furono Italia ’90 e la voglia di stupire non solo sul campo, Usa ’94 e quei rigori indigesti. C’era Moggi e cominciò a sgomitare Giraudo, arrivarono Berlusconi e anche Moratti. I conti dei giocatori salivano, quelli delle società diventavano sempre più complessi. Il campionato più bello del mondo cominciò a diventare il campionato più confuso, talvolta il più furbo, spesso il meno credibile. Pablito Rossi ormai solo l’icona di un’estate, l’urlo di Tardelli un ricordo da regalarsi nei momenti di sconforto. Siamo arrivati a un quarto di secolo senza più toccar coppa del mondo.
E il pallone ha cominciato a rotolare. Verso la porta? No, verso il basso. Lo capivano in tanti, si sono mossi in pochi. Perché tutti eran lì, intorno al tavolo, voraci nell’abbuffarsi, infaticabili nel mischiare soldi e misteri, imbrogli e sotterfugi, passaporti falsi e bilanci fasulli. La parabola discendente di quella storia, ricominciata nel 1982, ha preso forma definitiva. Il calcio giocato? Per quel che conta, un po’ taroccato. Finché è tornato un Rossi. Uomo da gol? Macché uomo da stangate. Ma questo è il bello, si spera, della storia: prima di Pablito toccammo il fondo. Prima del professor Rossi siamo affondati. All’estero lo chiamano già: modello ’82. Una storia, una garanzia. O un avviso di garanzia.