Rosso sangue e Oro divino: ecco le macchie dell’anima

Alessandro Massobrio

Basta che sia irrazionale un solo uomo perché lo siano tutti e perché lo sia l'universo intero. A chi gli propone questo celebre aforisma di Borges, Augusto Sciacca, il grande pittore e scenografo messinese innamorato della Liguria, la cui mostra, Innocenza e Pietas, è attualmente visitabile, sino al prossimo 2 giugno, presso il Museo della Permanente di Milano (via Turati 34), è solito rispondere con un'altra massima. Sfuggita dalla penna di una dei grandi poeti metafisici inglesi del Seicento. Mi riferisco a quel John Donne, secondo cui «ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell'umanità».
Tematiche come queste non possono lasciare indifferente un cristiano, per il semplice motivo che - al di là del discorso forse un poco astratto circa la nostra partecipazione ad una comune natura, quella appunto di uomo - esse richiamano quel mysterium iniquitatis, che, a partire da S. Agostino per giungere sino ai grandi scrittori cattolici francesi di Otto e Novecento, ha costantemente gettato un cono d'ombra alle spalle di uno dei più rasserenanti messaggi contenuti nei Vangeli. Vale a dire quello della comunione dei santi.
Certo, tutti partecipiamo del bene, allo stesso modo in cui i tralci partecipano della linfa che percorre il tronco della vite, ma non è così anche per il male? Il male, questo oscuro veleno, questa privazione dell'essere, non è forse anch'esso comune e in qualche modo diffusivo come e spesso più del bene. Ecco allora che la nostra singola azione malvagia, il nostro segreto atto di crudeltà contro un altro essere umano si dilata oltre il tempo e lo spazio, divenendo un immensa ombra in movimento. Una sorta di tenebroso drappo di seta, che discendendo lentamente sulle cose ovatta la percezione della realtà e soffoca in noi il senso del bene.
Sol y sombra, come dicono gli spagnoli. Sole e ombra sono dunque chiamati a scontrarsi in una battaglia che ha come palcoscenico l'universo e come limiti temporali la storia dell'uomo. Ma sole e ombra sono termini convenzionali, consunti e logori come consunto e logoro diventa il linguaggio quando è sottoposto alla fruizione della quotidianità. Augusto Sciacca traduce questa intuizione, che non esitiamo a definire teologica, in due colori - simbolo, in due sottili tracce che, pur intrecciandosi ed incrociandosi, muovono in direzioni diverse.
Sono il rosso del sangue e l'oro del sublime. Si intrecciano e si incrociano, certo, ma il telos di entrambi, il termine ultimo cui tendono è posto per l'uno nell'assolutamente terrestre e per l'altro nell'assolutamente divino. Il che non significa - si badi bene - che il divino non si incarni nell'umano e che l'umano, attraverso l'innocenza che soffre e che genera la pietas, non tenda al divino.
Così, dinanzi agli occhi di chi osserva e - verrebbe quasi da dire - alle orecchie di chi ascolta, la verità più profonda dell'essere si risolve in un nodo di colori o in un contrappunto di suoni. Due Leitmotiv che percorrono l'universo, due temi ostinati che si inseguono e ritornano, due trascendentali, per usare un termine kantiano, capaci di dar forma intorno a noi allo spazio ed al tempo della nostra anima.
Augusto Sciacca, che da sempre sostiene che dipingere è far filosofia, esprime tutto questo da artista multimaterico. Un artista che ha attraversato le astrazioni del concettuale per ritornare, nel corso degli anni Ottanta, al pennello e poi dal pennello evadere di nuovo. Per approdare al bulino dell'incisore, alla ceralacca ed alla pece dell'antico artigiano, al collage del postmoderno raccoglitore d'immagini oppure, tout court, di nuovo a quel pennello, che è tutto sommato lo strumento per eccellenza di chi si incarica di rivelare i segreti più irrivelabili della realtà.
Ne balza fuori una mostra sorprendente, anzi, staremmo per dire un universo del tutto nuovo, che più che essere guardato ci guarda fisso negli occhi con altri occhi infinti. Gli occhi delle vittime di una violenza universale e insensata. Non soltanto limitata alle persone e agli animali ma diffusa e palpabile persino nelle e tra le cose. Quasi a dar voce contemporanea ad una delle più belle ed insondabili espressioni virgiliane, quel sunt lacrimae rerum, che solo approssimativamente potrebbe essere tradotto con un «anche le cose piangono». Traduzione che comunque limita ed affievolisce la potenza dell'intuizione originaria.
Penso, ad esempio, a quei «libri d'artista» nei quali Sciacca sembra aver voluto salvare, a monito di qualche umanità a venire - certamente comunque meno ferina della nostra - solo alcuni frammenti della attuale follia nichilista. Ecco, dunque, il libro in piombo della Guerra, sulle cui pagine brunite cadono, come grumi di sangue, le gocce della ceralacca. Ecco, il libro - ancora in piombo - della Negredo, macchiato di zolfo e frammenti di vegetali, quasi a rinfacciare all'uomo contemporaneo, così fiero del suo progresso tecnologico, il ripiegarsi poi sulle oscure illusioni dell'esoterismo. Ed ecco, infine, quel Promemoria, in carta a mano, collage e tempera, denso di volti, di membra, di labbra protese a proclamare nonostante tutto la verità. Una verità - che il fuoco alimentato dagli aguzzini dei lager e dei gulag - ha come cauterizzato e sigillato per sempre nel momento stesso in cui stava per essere proclamata.
Se il mondo finisse qui, se la linea rossa fosse la sola e l'unica direttrice della vita universale, davvero l'uomo - come ha affermato Sartre - si ridurrebbe ad una passione inutile. Ma Augusto Sciacca ha posto parallela ad essa la linea in oro del sublime. Quel Sublime che riempie di sé un meraviglioso libro in ottone, dove l'artista messinese con tecnica rinascimentale ha effigiato, a bulino, i volti di Madre Teresa, di Giovanni Paolo II, di Francesco d'Assisi.
Non esistono dubbi circa il messaggio: le tenebre non prevarranno, se la luce continuerà ad ardere.
Augusto Sciacca, Innocenza e Pietas, Litostampa, Milano 2006.