Rostropovich, il violoncello della libertà

Mstislav Rostropovich, il grande violoncellista e compositore russo, è morto ieri all’età di 80 anni in un ospedale di Mosca. Operato per un tumore al fegato nel febbraio scorso, l’artista si era ulteriormente aggravato una decina di giorni fa in seguito a un intervento urgente. Aveva da poco festeggiato gli 80 anni al Cremlino.

Aiutatemi a raccogliere i pensieri su Rostropovich, mitico musicista, ebreo russo, morto a ottant’anni nella sua patria, dopo una vita da protagonista in tutto il mondo. Troppo ricca, meravigliosa, elementare la sua arte, per descriverla: al violoncello, la pienezza del suono viveva nello slancio del fraseggio, nelle ombre delle confessioni toccanti, nelle impennate rapinose e conquistatrici.

Era maestro e misura: quando appariva una nuova promessa fra i giovani colleghi, si diceva, auguranti: «che sia il nuovo Rostropovich? », come si usa sperare in una nuova Callas, in un nuovo Paganini. Una volta, venne a dirigere in una grande orchestra italiana, e quando diede il primo attacco ai violoncellisti, nessuno osò suonare, in un istante di soggezione adoratrice: la cosa lo divertì moltissimo. Era una consacrazione spiccia e concreta, sul campo, di quelle che piacevano a lui. Troppo intensa la sua vita artistica. Suonava con i direttori più grandi, con i pianisti più famosi. Decine di dischi ce ne restituiscono in parte la grandezza. Era anche un pianista formidabile, dallo strumento ci portava sùbito ad immaginare un’orchestra ora con la memoria di strumenti e colori tradizionali, ora aizzandoci ad immaginare al di là della percezione fisica. C’è un cofanetto di dischi in cui accompagna la moglie, il soprano Galina Visnevskaja, sulla cui voce la poetessa Anna Achmatova scriveva: «ciò che sfiora nel suo volo all’improvviso è diverso». Eseguono le canzoni di Musorgskij. Se appena volete immedesimarvi, è una specie di grande libro di novelle russe, vergato con coerenza, con forza, con fantasia.

Come direttore, non era perfetto. Era un trascinatore, che ogni tanto sembrava sprofondare nella musica, magari dimenticando di dar qualche attacco. Si riprendeva immediatamente, solo gli addetti ai lavori se ne accorgevano. Ma entrava nella logica fonda degli autori. La sua incisione dell’opera di Ciaikovskij Eugenio Onegin, ci porta alle radici della verità popolare russa ed all’aristocrazia del sentimento senza finzioni e senza finte paratie di cultura. Chi vuole avere sentore di che cosa sia un brivido nel melodramma, ascolti la chiusa d’orchestra dopo l’aria desolata di Lenskij prima del duello in cui morirà: matericità e spirito, crescendo e diminuendo, dal nulla al lacerante al nulla. Venne in Italia, pochi mesi fa, per dirigere con l’Orchestra Toscanini la Settima Sinfonia di Shostakovic, detta di Leningrado. Una partitura di spietata ed eroicizzante forza, un’interpretazione esaltante, memorabile.

Toccò a me presentarlo a Piacenza e conversare con lui pubblicamente. Parlammo della sua costante difesa della libertà, negli anni russi del comunismo di Stalin e degli immediati successori, incrollabile punto di riferimento. Era la Russia di grandi autori che stiamo scoprendo ed amando sempre più anche da noi: Prokofiev, Shostakovic... Oggi le loro partiture offrono letture diverse, nello squadernarsi delle diverse scuole e personalità. Gli chiesi quali parametri avesse nelle scelte interpretative. Fu insieme ingenuo, concreto, sapiente e perentorio, com’era lui: Mi rispose: «Penso alle facce che facevano quegli autori mentre mi ascoltavano dirigere, passo per passo, emi adeguo». I grandi gli dedicavano spesso composizioni. Non solo i russi, anche ad esempio il grande musicista inglese Benjamin Britten. Britten volle visitare, insieme all’amico tenore Peter Pears, con Rostropovich e moglie, la casa- museo di Puškin, nel villaggio di Miokhailovskoje. La signora Rostropovich, conoscendo la distanza e le strade, fece di tutto perché viaggiassero in aereo. Lo racconta lei stessa nel suo vivido libro edito in Italia con il titolo Galina, una storia russa, in una pagina che diventa poi impressionante. «No», suo marito decise: «devono vedere la Russia». Dovremo andare a velocità folle, non ci sarà tempo per fermarci a mangiare, insisteva lei: ci farai morire tutti di fame. Fu irremovibile: «Porteremo un cestino di provviste e faremo un picnic nei boschi. Sarà bellissimo».

Era molto simpatico. Comunicava immediatamente. Se qualcuno lo salutava, si guadagnava facilmente tre baci alla russa. Lo vidi una volta al secondo bacio fare una faccia interrogativa ed alzare la mano a dita giunte all’insù alle spalle del baciato, come per domandare alla napoletana: ma chi è questo? Alla caduta del muro di Berlino, Mstislav Rostropovich vi accorse ed appoggiato a un brandello della barriera caduta suonò Bach. È una delle immagini forti della nostra storia, orgoglio dell’Europa, icona delle nostre speranze. C’è una ragione evidente: il famoso artista, accreditato della stima e dell’affetto del mondo, profeta della libertà, ne celebrava un momento di conquista.E ce n’è un’altra più segreta. Rostropovich era uno spregiudicato e niente affatto ascetico ma integro sacerdote della musica in assoluto. Come ci spiegò un maestro di cultura e di critica, Fedele D’Amico, in lui c’era un’«organica incapacità d’esibizionismo, di vedere in noi “un pubblico”. Il suo genio si dà mirabilmente a credere natura. Nel far musica ci prende sottobraccio uno per uno, canta all’orecchio di ciascuno di noi, ci illude d’essere, lui, noi stessi». Per questo, adesso, leggendo la notizia della sua scomparsa, ci interessiamo, ci incuriosiamo, ci possiamo anche commuovere;mase lo riascoltiamo nella memoria o forse anche nel mezzo imperfetto del disco e pensiamo che è morto, ci sentiamo un po’ morire.