Il Rotary fa rinascere l’altare nella chiesa di S. Ambrogio

Il giornalismo? Un bellissimo mestiere ricco di soddisfazioni, certo. Ma con qualche tipico inconveniente: ad esempio, il trovarsi costretti a frequentare un po' più del dovuto avvocati e tribunali. «La querela è una malattia professionale, e quasi tutti i colleghi - me compreso - hanno qualche gustosa disavventura giudiziaria da raccontare»: così Massimiliano Lussana, caporedattore del Giornale, ospite della conferenza dal titolo «Dietro le quinte del giornalismo», organizzata martedì sera ad Albenga dal Rotary Club di Alassio per dare la possibilità ai propri soci di soddisfare ogni curiosità riguardo la professione del cronista.
La conferenza si è svolta all'interno di una di quelle che, nel gergo rotariano, si chiamano riunioni conviviali. Occasioni, cioè, per tutti gli iscritti al club di ritrovarsi e fare il punto sulle iniziative e sui progetti benefici in cantiere. Per esempio, stavolta è stato annunciato che il Rotary alassino finanzierà il restauro di un altare laterale della chiesa di Sant'Ambrogio, mentre l'anno prossimo sarà il turno proprio di questa sezione per proporre un grande progetto di solidarietà, nell'ambito di un'alternanza annuale tra i Rotary del Ponente ligure.
Dunque atmosfera conviviale, beneficenza, ma anche approfondimento, stavolta sul tema dell'informazione, nella riunione ospitata da Gian Benedetto Noberasco, noto importatore albenganese di frutta esotica, e coordinata dal presidente di turno del locale Rotary, il vulcanico Marco Melgrati che è anche sindaco di Alassio. «Conosco giornalisti - ha chiesto il primo cittadino della località rivierasca - a cui spesso non piacciono i titoli dei propri articoli. Ma allora è vero che il titolo non lo fa l'autore del pezzo?». «Proprio così», è la risposta. È sempre bene che la titolazione sia opera di qualcun altro, che possa percepire il contenuto dell'articolo da «esterno».
Ma al di là degli aspetti tecnici, fare il mestiere del cronista è anche una questione di «pelle», di valore umano. «E qui al Giornale di Genova - confessa Lussana - questo lato è importantissimo. Ho un meraviglioso rapporto con i lettori: pensate che ogni mattina passo alcune ore a rispondere alle telefonate di lettori che consigliano, incoraggiano e molte volte bacchettano, quando scoprono un'imprecisione tra le nostre pagine». Perché si tratta spesso di gente estremamente attenta, che legge il giornale dalla prima all'ultima riga (quando la media per gli italiani è di tre articoli e quasi tutti i titoli) e lo conservano anche per anni, salvandolo così dal destino riservato ai quotidiani il giorno dopo l'uscita: quello di «diventar buono per incartarci le uova». Una fedeltà spesso commovente, assicura Lussana, che è un po' «uno stimolo a lavorare attentamente, visto che neanche un errore in una didascalia sfuggirebbe ai nostri lettori».
Dal leggere il giornale a farlo: come si fa a diventare uno che scrive su un quotidiano, anche solo come collaboratore? Ovviamente i modi sono molti, anche casuali, ma «al Giornale rispondiamo ad ogni singolo curriculum che ci viene inviato». Il consiglio è sempre lo stesso: «leggerci assiduamente per qualche tempo, in modo da assorbire lo stile e lo spirito della testata, poi proporre una storia e, se questa viene ritenuta degna di essere raccontata, buttarsi e scrivere il pezzo». Il resto, poi, viene da sé.
Lussana ha ricordato i propri esordi nel giornalismo nell'Indipendente di Vittorio Feltri, che poi lo portò con sé al Giornale appena lasciato da Indro Montanelli: «nell'anno in cui arrivai al Giornale, per quanto possa sembrare strano, in redazione non c'erano ancora i computer. Arrivarono poco dopo, ma per un anno lavorammo all'antica, contando le battute a mano quando facevamo i titoli e trasferendoci in tipografia la sera, per tagliare - con metodi spicci, nostro malgrado - gli articoli in caso risultassero troppo lunghi. Ho fatto in tempo a conoscere un aspetto di questo lavoro che ormai si è completamente perso».