Rotola la prima testa: si dimette il pm Toro

Nell’inchiesta sul G8, il primo a gettare la spugna è un magistrato: Achille Toro, procuratore aggiunto a Roma, un pezzo grosso della corporazione dei giudici italiani. I Pm di Firenze avevano scritto il suo nome nel registro degli indagati per rivelazione di segreto d’ufficio, poi avevano trasmesso le carte, per competenza, a Perugia. Ora, Toro lascia la magistratura. Una mossa quasi inevitabile, attesa da giorni alla Procura di Roma dove il clima si era fatto invivibile, perché molti pubblici ministeri non si fidavano più di lui. Allo stesso tempo, con questa mossa, Toro evita l’imbarazzo di un procedimento disciplinare che avrebbe potuto incidere sulla sua carriera e chiude almeno su quel versante le pendenze con la giustizia. All’età di 68 anni può andare in pensione senza ammaccature.
Toro se ne va affidando il suo congedo a un comunicato: «Volendo essere libero di difendere l’onorabilità mia e di mio figlio, in ogni sede, e nel contempo desiderando eliminare ogni ragione di imbarazzo per l’ambiente di lavoro, con grande rammarico ma con animo sereno, dichiaro di volermi dimettere dall’ordine giudiziario».
Toro, nome storico di Unicost, la corrente centrista della magistratura italiana, era finito nei guai per lo stesso reato già quattro anni fa. Allora era a capo del pool per i reati contro la pubblica amministrazione e conduceva le indagini sulle scalate Bnl, Rcs, Antonveneta e i colleghi di Perugia avevano avuto il sospetto che proprio lui avesse svelato al presidente del tribunale di sorveglianza di Milano Francesco Castellano l’esistenza di un esposto del Banco di Bilbao nei confronti di Unipol. Castellano, a sua volta, avrebbe passato la soffiata a Giovanni Consorte, ex numero uno di Unipol. Una vicenda delicatissima e scabrosa. Toro si era dimesso fra le lacrime da presidente di Unicost, di cui rappresentava la vecchia ala conservatrice, quella dei Caliendo e dei Martone.
Poi il reato era caduto e Perugia aveva archiviato, ma ormai il colpo all’immagine era andato a segno. E aveva provocato frizioni dentro la Procura capitolina e sull’asse Roma-Milano. Toro si era defilato e si era riciclato come capo di gabinetto del ministro comunista Alessandro Bianchi nell’ultimo governo di centrosinistra. Meno di un anno fa era tornato in piazzale Clodio. Ma non è durata. E ancora una volta per una presunta fuga di notizie. Secondo gli investigatori sono lui e il figlio Camillo - che avrebbe avuto un incarico al ministero delle Infrastrutture - le talpe dell’avvocato Edgardo Azzopardi, uno dei tanti indagati di questa storia.
La svolta arriva nell’estate scorsa. Azzopardi è in contatto «con un figlio e un padre». Camillo e Achille Toro. Il 16 ottobre Azzopardi chiede a Camillo di poter incontrare per cinque minuti il padre. Camillo non cede: «Papà lascialo perdere... tanto ce la vediamo noi, non ti preoccupare». Ma Azzopardi insiste: «Devo parlare con lui». E in effetti il 17 dicembre lo chiama per ringraziarlo di un regalo natalizio e gli chiede: «Senti, ma ti riesco a vedere per farti gli auguri di persona?». «Quando vuoi, non c’è problema», risponde serafico Toro che, secondo gli investigatori, avrebbe «rapporti di stretta confidenzialità» con il legale. Il 10 gennaio, in una girandola sempre più vorticosa, Azzopardi dice a Camillo: «Assumi notizie. Informazioni su tutti i campi». Un invito ripetuto il 26 gennaio. Quattro giorni dopo, Azzopardi chiama il suo amico Emanuel Messina e gli fa capire che ci sono guai giudiziari in arrivo: «Piove». «Non mi dire - si preoccupa Messina - pesantemente... piove parecchio?». Azzopardi conclude: «Beato te che stai al sole insomma».
Il 10 febbraio, l’indagine sui Toro diventa di pubblico dominio con la perquisizione a casa di Camillo: i due sono indagati per rivelazione di segreto d’ufficio, Camillo anche per favoreggiamento. Il colpo di grazia glielo danno due magistrati di Roma che lavoravano con lui: Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello. A Perugia, fanno intendere che Toro avrebbe cercato di rallentare la loro indagine sugli appalti per i Grandi eventi. Nel giorno dell’addio, il presidente dell’Anm Luca Palamara gli rende l’onore delle armi: «La sua scelta merita apprezzamento in un Paese in cui le dimissioni sono merce rara». L’inchiesta sui Grandi eventi prosegue a Perugia.