Il rottamatore apre la guerra all'interno del PdPoi segna un gol con un calcio a Bersani

Il sindaco riconquista Civati e prepara il ticket-primarie con Chiamparino. L’ira del segretario. Il leader: "Ora basta scalciare". La replica: "Non sono un asino". Vendola a Renzi: <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/renzi_accende_big_bang_alinterno_pdma_v... target="_blank">"<strong>Sei vecchio e di destra"</strong></a>

nostro inviato a Firenze

Il parallelo - un po’ faceto ma un po’ anche serio - lo fa un parlamentare del Pd che tifa Renzi: «Il programma potrebbe essere quello del Berlusconi “liberal” del ’94, mai realizzato. Si mette Giorgio Gori (l’ex direttore di Canale5 e patron di Magnolia, ndr) al posto di Dell’Utri a occuparsi della macchina, e chi lo ferma più Matteo?».

Tra le suggestive quinte da archeologia industriale della ex stazione Leopolda, dove Renzi guida la sua seconda convention (ieri quasi 8mila partecipanti), si guarda attorno allegro Arturo Parisi. L’ex eminenza grigia di Prodi, soprannominato nell’Ulivo «Alì il chimico» per l’instancabile inventiva contro gli apparati Ds e Margherita, è qui e confessa che forse è proprio Renzi quello che realizzerà il suo sogno non coronato: «Far esplodere l’ex Pci», e la sua propaggine di sinistra Dc «che non a caso vengono tutti dalle regioni rosse». E provocare quel big bang creativo della vecchia sinistra cui oggi il giovane sindaco fiorentino intitola la sua kermesse, ma che è l’obiettivo cui Parisi ha sempre lavorato, e che il Pd, blindato dai soliti «compagni di scuola» post-Pci, non ha mai realizzato. Renzi ha un vantaggio: non viene dalla scuola comunista e non ne ha ereditato alcun tic, totem o tabù.

Può permettersi di mandare a quel paese i sindacati «conservatori» (che lo detestano e ieri, col Prc, gli hanno organizzato una contestazione dei lavoratori dell’azienda trasporti comunale, cui ha risposto a brutto muso: «Gli ho chiesto di lavorare 10 minuti in più, in tempi di crisi non mi sembra poi una roba da pazzi»). Può ironizzare su Vendola («Quando lui già buttava giù Prodi insieme a Bertinotti, io stavo ancora all’università») e maramaldeggiare su Di Pietro («Si deve essere impegnato parecchio a scegliere i suoi candidati, da Scilipoti in giù»), non essendo afflitto dalla paralizzante sindrome del pas d’ennemis a gauche. I sondaggi dicono che può prendere voti a destra, ma persino in quei movimenti «antipolitici» che il Pd tenta inutilmente di corteggiare: «È molto ben visto dalle potenziali truppe grilline e da chi probabilmente si asterrebbe», spiega il professor Natali di Ipsos su Europa. Non a caso Grillo e i suoi lo tempestano di insulti sul web.

Ma anche nel quartier generale Pd iniziano ad avvertire il pericolo, e lo si capisce dai toni aggressivi usati ieri da Bersani: la contrapposizione giovani-vecchi è «una stupidaggine di proporzioni cosmiche», e i giovani che vogliono «andare avanti» non devono «insultare e scalciare», ma «mettersi a disposizione». Renzi replica sferzante: «Io non scalcio perché non sono un asino, e certo non sono abituato a fare la fila per prendere ordini dal capocorrente: questo Bersani non me lo può chiedere». Il segretario Pd a Firenze non si fa vedere, è a Napoli a un’iniziativa su giovani e Sud «appositamente organizzata», malignano i renziani.

E prepara contromisure: l’annuncio che le primarie saranno aperte e che verrà abolito l’automatismo «segretario=candidato premier» vuol disinnescare il pericolo di un’esclusione forzata di Renzi dalla partita, che lo trasformerebbe in martire ed eroe. L’ex ministro Gentiloni fa un’ipotesi: «E se Renzi volesse le primarie non per vincerle, ma per rompere il Pd e creare qualcosa di completamente nuovo che riempia il vuoto tra sinistra e terzo polo?».

Di certo molti annusano l’aria e si avvicinano al vascello pirata di Renzi: veltroniani, lettiani, persino Franceschini lancia un messaggio di interesse (via twitter, ovvio), prodiani. Il Professore fa smentire di tifare per il sindaco (in attesa di capire come andare al Quirinale), ma i suoi sono qui. Torna pure Pippo Civati, che con Matteo aveva rotto per riavvicinarsi a Bersani. Il più applaudito è Sergio Chiamparino: grande sindaco di Torino per dieci anni, oggi messo ai margini dal Pd. «Invece di spaventarsi, i leader Pd dovrebbero apprezzare la linfa vitale che viene da questi dibattiti», dice. E non esclude di partecipare anche lui alle primarie, «se nessun altro programma mi convincesse», ma è pronto a «mettersi a disposizione, anche senza fare il numero uno». E qualcuno già sogna il ticket, con il saggio Chiamparino a correggere un po’ a sinistra l’inconoclasta Renzi.