La «rottura» del Pdl

Ernesto Galli della Loggia si è chiesto che cosa intenda fare la «destra» assumendo con Sandro Bondi e Maria Stella Gelmini il ministero dei Beni Culturali e quello della Pubblica Istruzione. Credo che i due destinatari, ambedue di Forza Italia, abbiano avuto qualche sussulto a sentirsi definire «destra», visto che «destra» implica la memoria del fascismo e quindi è un termine delegittimato.
Ma in realtà il fascismo fu un fenomeno di sinistra. Si pose come alternativa alla società liberale e borghese, creò l’ideologia come fondamento della politica, pensò al partito come soggetto politico che dà direttive allo Stato e allo Stato che organizza la società. Sono tutti concetti di sinistra opposti alla società liberale prefascista, anche nelle sue tradizioni cattolico liberali e socialiste riformiste.
I partiti antifascisti, dopo il fascismo, assunsero il suo concetto di partito ideologico chiamato a dare forma politica alle istituzioni e quello dello Stato come organizzatore della società. La Costituzione della Repubblica suppone questa concezione e non nasce con una dichiarazione dei diritti della persona, ma come un modello ideologico dello Stato. L’antifascismo italiano sorge da quel ventennio che era stato laboratorio culturale di una rivoluzione politica che si realizzava come «compromesso storico» con la monarchia, con l’esercito, con la Chiesa.
Nella Democrazia cristiana questo fenomeno si vede chiaramente. La generazione formata negli anni fascisti che prende il potere con Amintore Fanfani lo fa in sostanziale rottura con il partito di Sturzo e di De Gasperi e dà all’inevitabile ricambio generazionale un carattere ideologico con i temi postfascisti. Lo stesso Partito comunista prende la forma di partito nazionale nel medesimo modo, accettando il compromesso con la Chiesa cattolica e le istituzioni occidentali quale figura della sua politica. Ed è questa curvatura di sinistra che ha origini nel fascismo a spingere verso sinistra tutti i partiti, sicché il Partito comunista diviene il punto di riferimento delle istituzioni e della loro cultura. Il passaggio dal fascismo all’antifascismo avviene con il mantenimento delle medesime categorie politiche. E l’antifascismo prende il posto del fascismo.
Che la democrazia italiana abbia origine nella transizione tra il fascismo e l’antifascismo è evidente e quindi è evidente che l’antifascismo sia un fondamento storico della Repubblica. Ma quello che non doveva accadere era che l’antifascismo divenisse una condizione ideologica, che il fascismo divenisse una categoria atemporale, quasi una categoria dello spirito, e l’antifascismo diventasse la premessa di ogni forza politica.
Il Partito comunista seppe usare questa condizione per diventare il portatore della legittimità politica per tutti i partiti ponendosi come il portatore ideologico dell’antifascismo. In questo modo l’antifascismo è diventato un concetto non democratico né liberale ma puramente ideologico assumendo in ciò la continuità con il fascismo.
Quando nel ’94 l’antifascismo diventò la motivazione del solo Pds, cancellando tutti gli altri partiti storici, avviene la crisi del sistema. E la nascita di Forza Italia e delle alleanze per la libertà diviene nel ’94 la base per i partiti che accettavano certamente la rottura democratica del ’43-45, ma che non accettavano più l’antifascismo come categoria della cultura e dello spirito e si rifacevano invece al tema della libertà come affermazione del carattere originario della democrazia e della sovranità popolare.
È avvenuta con la Casa delle libertà una rottura culturale dell’ordine politico. Ed essa è stata combattuta dall’ideologia dell’antifascismo nel senso della tradizione comunista incorporata nelle istituzioni e nella cultura dominante. È questa rottura che sta alla base di quello che Galli della Loggia chiama la «destra» e che non a caso dal fondatore della rottura Silvio Berlusconi è stato definita come liberale: cioè come antecedente e alternativa alla cultura fascista e antifascista del partito ideologico che dà forma alla società attraverso lo Stato. In questo senso la «destra» è la rottura della continuità tra fascismo e antifascismo sul piano della cultura e dello Stato e l’affermazione del carattere fondante del consenso popolare per la legittimazione dei governi. In questo modo la «destra» ha affermato la continuità del potere costituente del popolo italiano anche oltre i limiti attuali della Costituzione e della rigidità che essa pone alla sua riforma. Nelle ultime elezioni la resistenza al cambiamento liberale è venuta meno e ora la concezione dello Stato lanciata da Silvio Berlusconi è divenuta l’espressione di una legittimità popolare che si impone anche alle istituzioni di garanzia: dal presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale al Csm.
Si può dire che Berlusconi è uscito dal Novecento continuando le istituzioni liberali prima del partito di massa creato dal fascismo e continuato nell’antifascismo? La cultura italiana tutta legata alla sinistra non ha ancora riconosciuto il fatto. Il termine «destra» può essere applicato alla forma politica del Popolo della libertà e della Lega solo se si riconosce formalmente la sua legittimità e la sua novità politica.
Gianni Baget Bozzobagetbozzo@ragionpolitica.it