La roulette dagli undici metri Di rigore si muore e si rinasce

Nel mondiale iniziò Meazza nel ’38 Poi dai clamorosi errori di Baggio e Baresi sino all’ultimo exploit di Totti

Tony Damascelli

John Heath attese il fischio dell’arbitro. Il popolo attorno al prato cercava di capire. Prese la rincorsa e calciò in porta: gol. Il Wolverhampton Wanderers sconfisse l’Accrington Stanley 5 a 0. Fu, quello, il primo rigore della storia del football, anno 1891, mese di settembre, giorno quattordici. La regola era stata introdotta due settimane prima, c’erano troppi furbi in campo, prendevano la palla con la mano impedendo agli attaccanti di segnare, dunque i parrucconi britannici decisero di aggiungere al regolamento una nuova norma: si doveva battere dalle 12 yards (metri 10 e 97), un tiro definito penalty, trattavasi infatti di una penalità per chi aveva commesso il fallo. Da noi diventò rigore o massima punizione, quando non vuoi ripetere il sostantivo medesimo.
Da allora molti palloni in porta, molti fuori, alcuni «a far la barba al palo», altri parati, respinti, cronaca che attraversa secoli e continenti e ovviamente passa e segna anche la coppa del mondo. Si ha traccia del primo rigore mondiale il 27 maggio del 1935, stadio Mussolini di Torino, Austria e Francia vanno ai supplementari dopo l’1 a 1 dei 90 minuti, il tricolore francese cade dal pennone, presagio di mala giornata, gli austriaci allungano e vincono con Schall (in off side) e Bican ma il francese Verriest realizza al minuto 114 il primo calcio di rigore della Rimet, subito ribadito dal rigore dello spagnolo Iraragorri in Spagna-Brasile, al Ferraris di Genova, stesso giorno.
Peppino Meazza fu il primo rigorista azzurro, mondiale del 1938, gol al Brasile (2 a 1 il risultato finale), va sul dischetto e l’elastico della mutanda si snerva, la braghetta sta per calare, Meazza con una mano tiene la mutanda, basta e avanza per coricare il portiere brasilero Walter.
Pandolfini, nel 1954, contro il Belgio (4 a 1) è il secondo italiano della belle époque, lo segna a Lugano mentre il Guerin sportivo e la Gazzetta dello sport sono in lite piena sul pronostico degli azzurri.
Si deve arrivare a Puebla, il 5 giugno del 1986, per trovare un altro rigore italiano, lo realizza Altobelli all’Argentina che pareggia con Maradona.
Poi cominciano i dolori: Italia ’90, ai rigori contro l’Argentina, fuori. Usa ’94, finale contro il Brasile, idem come sopra, sconfitti. Francia ’98, dopo il pareggio «generoso» di Baggio (2 a 2) contro il Cile, quarti contro la Francia, eliminati.
Ma il calcio di rigore ha comunque fatto cronaca e storia dovunque. Aprì le danze nella finale del ’74 tra Germania e Olanda (Cruyff), fu antologico nelle esecuzioni sbagliate di Platini e Socrates in Messico ’86 (e di Zico durante i tempi regolamentari!), provocò gli strilli di Maradona quello di Brehme, nella finale del 1990 della Germania contro l’Argentina, ha avuto effetti rigeneranti quello di Totti contro l’Australia, all’ultimo secondo, ha eliminato gli svizzeri dal torneo in corso, pur non avendo subìto, gli elvetici, nemmeno un gol in quattro partite, ha illuso (Villa) gli spagnoli contro i francesi.
Di rigore si muore e si rinasce. Al punto che se ne è fatto uno studio biodinamico seguito da un altro psicologico. Secondo gli strizzacervelli, infatti, dovrebbero calciare un rigore i giocatori più fragili caratterialmente, perché hanno l’occasione di riscattarsi, mentre i grandi, non sentendo la stessa responsabilità, spesso si deconcentrano. Può essere vero, considerati gli storici errori di Baggio e Baresi, Platini e Maradona, Socrates e Zico e per ultimo di Schevchenko. Ma c’è anche l’Istituto olandese di Scienza del Movimento che ha fatto uno studio specifico sul tema. Ha diviso in due gruppi i rigoristi, gli indipendenti, quelli che calciavano il pallone dove avevano deciso, senza pensare all’eventuale piazzamento del portiere e i «dipendenti» quelli che fissavano il portiere stesso. Bene: gli indipendenti non hanno sbagliato un solo rigore, gli altri il 50 per cento. C’è poi un altro studio, dell’Università di Liverpool, ad opera di John Moores, secondo il quale è decisiva la posizione dell’anca al momento del tiro. Calciando con il destro, se l’anca resta frontale, il pallone va alla destra del portiere, se l’anca è di profilo il pallone va a sinistra. Infine l’Università canadese di Columbia sostiene che è il piede di appoggio a decidere la traiettoria.
Totale: grazie a John Heath ne scriviamo ancora.