Alla roulette dei tassi, la banca sbanca

Gli istituti promettono "profitti" alti,
ma per chi non si tiene aggiornato oggi
non ci sono vantaggi: sui vecchi conti
correnti si guadagna lo zero per cento. Nel labirinto dei "pronti
contro termine"
per il cliente la fedeltà
diventa un handicap<br />

Voglio parlarvi della banca X e della banca Y. La vicenda può interessarvi. Sono due primari istituti di credito di questo Paese. Li chiamo così non perché abbia paura a nominarli. È solo per evitare che questo articolo possa trasformarsi - alla fine capirete perché - in un’indebita «sollecitazione all’investimento», contravvenendo con ciò al Testo unico della Finanza, oppure in una pubblicità redazionale occulta (negativa per la banca X, positiva per la banca Y), che mi attirerebbe la censura dell’Ordine dei giornalisti.
Premessa indispensabile. Il mio rapporto con la banca X da vent’anni era il seguente: non metterci mai piede, dare del tu al direttore dell’agenzia, fare cieco assegnamento sui suoi consigli, affidargli il disbrigo di qualsiasi incombenza (dal pagamento delle bollette al versamento delle tasse), utilizzare Internet per controllare il saldo ed eseguire i bonifici. Un rapporto fiduciario, come si suol dire, forse inconsciamente dettato dal fatto che tre dei miei quattro fratelli erano bancari - ora sono pensionati - e io non volevo diventare il quarto. Credo peraltro di non rappresentare un’eccezione. Siccome sappiamo tutti che la banca è un posto, come diceva quel tale, dove ti prestano l’ombrello quando c’è bel tempo e te lo chiedono indietro quando inizia a piovere, mantenersene alla larga anche fisicamente appare a molti questione di puro buonsenso.
Ma la scorsa settimana m’è venuto il ghiribizzo di fare una cosa insolita: dedicare due giorni alla gestione dei miei risparmi. Colpa del solito impiegato della banca X che ogni tre mesi mi telefona per chiedermi se intendo rinnovare i pronti contro termine in scadenza. Immagino che sappiate che cosa sono i Pct: la banca vi vende a un certo prezzo qualcosa (in genere titoli di Stato, roba seria, insomma, o quasi) e contestualmente s’impegna al riacquisto a un prezzo predeterminato alla fine del trimestre. Rendimento non eccelso, però sicuro.
«L’ultima volta le abbiamo fatto il 3,60%, stavolta possiamo farle il 3,85», precisa l’impiegato con tono concessivo. Sottinteso: interesse annuo netto. Purtroppo per lui, un mese prima m’era cascato l’occhio su una tabella del Sole 24 Ore dalla quale si evinceva che la banca Y mi avrebbe assicurato per lo stesso investimento un interesse del 4%. «Ci saranno state condizioni particolari, e poi ora i tassi sono calati», mi tranquillizza il mio interlocutore. Scontata a quel punto la risposta: d’accordo, rinnovi i Pct in scadenza.
«Oh dubbio atroce! Oh vile sospetto!», come scrive nel Conte di Carmagnola il mio Manzoni. Chiamo l’ex direttore dell’agenzia, un amico che continua a lavorare per la banca X, ma in un altro quartiere: Paolo, non mi state fregando, vero? «Stefano, va’ tranquillo, il 3,85 è corretto, un buon tasso, dài». Telefono anche a mio fratello, già direttore di filiale in un istituto di credito che poi s’è fuso con la banca X: «Guarda, hanno fatto il 3,85 anche a me qualche giorno fa».
Ma poiché lo stesso Manzoni era del parere che fa meno male l’agitarsi nel dubbio che il riposare nell’errore, sento - da cronista - che mi manca un’ultima, decisiva verifica: interpellare la banca Y, quella che tre mesi fa, mentre io prendevo sui Pct il 3,60%, dava ai suoi clienti il 4%. Che tasso praticherà adesso? Pare che queste non siano informazioni che si assumono per telefono. Per fortuna nella banca Y lavora un bravo funzionario che ha sempre trattato bene i miei suoceri. Lo consulto a nome loro. Si mostra gentilissimo. E stupitissimo: «Guardi, mi pare impossibile che la sua banca le faccia il 3,85, perché il 4% noi lo diamo a tutti, proprio a tutti, indistintamente. E nel suo caso le offriremmo pure di più». Cioè? «Il 4,20».
Mi ritelefona l’impiegato della banca X: «L’operazione è confermata. Però dalla direzione mi dicono che l’interesse è cambiato: 3,75, non 3,85». Quand’è così, blocchi l’operazione, gli rispondo. Dieci secondi di disorientamento all’altro capo del filo: «Ah... be’... ma... allora... senta, provo a riparlare con la direzione». Non serve, grazie, i pronti contro termine non li voglio più. «Sì... comunque... io una telefonata per lei la spreco volentieri» (testuale). Ripeto: non telefoni a nessuno, non m’interessa. Un’ora dopo richiama garrulo: «Ho parlato con la direzione. Le riconosciamo il tasso del 3,85». È la conferma che mi stanno fregando.
Passa un giorno. Cerco il funzionario della banca Y: che condizioni mi fate se apro un conto da voi? «M’informo». S’informa. «Zero spese di tenuta conto fino al 2010. Home banking gratuito. Rimborso integrale delle spese che la sua banca le dovesse addebitare all’atto di chiusura del conto: la legge non ne prevede, ma so già che andranno a cercarle sotto terra per ritorsione, di solito lo facciamo anche noi con quelli che ci mollano». Onesto. Non sarà che mi tratta bene solo per accaparrarsi un nuovo cliente? «Voglio essere chiaro: fra tre mesi o sei mesi lei ci metterà alla prova, tornerà dalla sua banca, che finalmente le prospetterà sui Pct un ottimo interesse pur di ricondurla all’ovile. Ebbene, in quel caso la mia direzione regionale mi ha già autorizzato a un trattamento ancora migliore».
Non mi resta che chiedergli qual è il tasso per i risparmi depositati sul conto corrente. «Sotto i 10.000 euro, 2%; fino a 25.000 euro, 2,25%; fino a 50.000 euro, 3,25%; oltre i 50.000 euro, 4%». Vado per scrupolo a controllare sull’ultimo estratto conto il tasso che mi ha riconosciuto fino a oggi la banca X. Non credo ai miei occhi: 0,02% fisso. Ecco (in parte) spiegato perché sono io, ogni trimestre, a doverle versare 19,50 euro di spese. Mi torna in mente la sentenza di Bertolt Brecht: «Che cosa volete che sia svaligiare una banca rispetto al fondarne una?».
Mi reco di persona dal funzionario della banca Y, che esordisce così: «Mi devo scusare. Ieri le ho dato un’informazione inesatta». Ci risiamo, penso fra me, adesso mi cambia le carte in tavola. «Dimentichi tutti gli scaglioni che le ho detto: sui depositi in conto corrente, anche di un solo euro, l’interesse è del 4%. Contento? Meno la ritenuta fiscale del 27%, s’intende».
Quando nel 2004 intervistai Christian Miccoli, all’epoca direttore generale del Conto Arancio, l’interesse offerto a chi metteva «i soldi nella zucca» era del 3% lordo, pari al 2,19 netto, e sembrava un investimento straordinario. Attualmente è ancora del 3%, senza possibilità di avere bancomat, assegni, carte di credito, bonifici verso terzi, saldo delle bollette, disponibilità immediata di contante. Come farà la banca Y a offrire l’1% in più, con tutti i dipendenti e i costi gestionali che le sue dimensioni di colosso internazionale comportano? Risposta lapidaria del funzionario: «Denaro in giro ce n’è sempre meno. Per poterlo prestare a chi ce lo chiede, dobbiamo prima raccoglierlo dai clienti come lei: remunerarli bene è meno oneroso che chiedere i soldi alla Bce, la Banca centrale europea».
La sera ceno dall’ultimo dei miei fratelli bancari collocato a riposo (dopo quasi 40 anni di sportello). «Il 4,20% sui pronti contro termine? Potevi chiedermi consiglio! La banca Z ti faceva il 4,50. In ogni caso, devi cambiare banca tutti gli anni, se vuoi difenderti».
Non ditemi niente, lo so da me: fino a ieri sono stato un pirla. Da oggi mi accontento d’essere un mezzo pirla. E scusate se è poco. Soprattutto andate a controllare: magari mi avete tenuto compagnia senza saperlo.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it