La roulette dell’investimento

Proseguiamo nell’analisi dei rischi iniziata l’8 gennaio. Alla fine la «Cabala» dei primi di febbraio ci dirà se questi rischi sono in eccesso o in difetto rispetto alla futura realtà. Diciamo subito che abbiamo attinto in parte ad alcuni numeri recenti del Financial Times, a un pezzo di W. Ruolfi sul Sole 24 Ore e all’Economist. Gli argomenti sono molti e pertanto li sintetizziamo. Un primo rischio potrebbe provenire da quei Paesi emergenti le cui fortune del 2006 sono stati i prezzi delle materie prime, «oil» e «non-oil»; in effetti alcune Borse asiatiche perdono oltre il 5% nel 2007; c’è il timore che la ripresa mondiale avrà meno bisogno dei loro prodotti per molti mesi. A questo si aggiungono alcune decisioni politiche, vedi Thailandia, che ricordano decisioni analoghe della Malesia nel brutto biennio 1997-98; ci vorrà un po’ di tempo perché il timore di un blocco dei propri investimenti svanisca del tutto. Si aggiunga che lo «spread» tra i titoli a dieci anni degli emergenti e quelli Usa si è ristretto fortemente: 171 punti base non sono un premio proporzionato al rischio.
Sembra, insomma, che ci sia troppa fiducia in giro. Rileviamo, tuttavia, che il fattore che ha più sostenuto i mercati negli ultimi 24 mesi è stato quello della liquidità; basterebbe segnalare che i riporti (ossia i debiti per acquistare titoli) sono saliti a 270 miliardi di dollari; cosa accadrà, non alle economie ma ai mercati se, come nel maggio 2006 in occasione della crisi libanese e dei rialzi di tassi le banche chiederanno margini più ampi o addirittura chiederanno rapidi rientri?
Una crisi tipo Libano non sarebbe certo irreale né l’ipotesi di un’economia Usa ben più vivace del previsto che inducesse la Fed a non abbassare i tassi e neppure a lasciarli fermi ma addirittura ad alzarli. In presenza di una stretta i mercati soffrirebbero tutti: azionari, obbligazionari, commodities, mattone. Temporaneamente, per carità, ma per chi fosse allegramente investito sarebbe un gran brutto risveglio. La prima conclusione è dunque dettata dal semplice buon senso e ognuno la deve valutare sulla base della propria personale situazione. Uno scossone non muterà l’andamento delle economie mondiali nel 2007, ma certamente le fortune di quegli investitori che non avranno monetizzato parte delle plusvalenze forse irripetibili dell’ultimo quadriennio. Naturalmente, anche gli scossoni sono di norma generali; non sono tuttavia eguali dappertutto. La prima reazione di norma è «vola verso la qualità»; e questo vuol dire ancora vai in Usa e in Europa. Il Financial Times, ad esempio, segnala dove investirebbe comunque poco. 1) In Giappone dove, dopo un pessimo 2006, poco sembrerebbe cambiato. I prezzi sono anche cari e pochi settori - dai fondi immobiliari ad alcune grandi «conglomerates» in via di ristrutturazione sembrerebbero interessanti; 2) La Russia, prepotente e infida; l’unico grande Paese che non ha investito, diversificando, gli enormi introiti del suo prezioso «sotto terra». Anche l’ottimismo sull’Europa rispetto agli Usa andrebbe un po’ più bilanciato. Nel 2006 gli americani hanno ricavato circa il doppio degli investimenti in Europa grazie al cambio; nel 2007, a meno di un crollo imprevisto del dollaro, non sarà così: investiranno di più in casa loro.