Rovati lascia Palazzo Chigi per salvare il Professore

Il consigliere economico cede alle pressioni degli alleati e si dimette: «Mi tolgo di mezzo, ora gestirò le mie società»

Nicola Porro

nostro inviato a Pechino

Una Cina sfortunata per il governo. Vi è arrivato dicendo che dell’affaire Telecom non sapeva nulla e i quotidiani lo hanno smentito pubblicando le 28 pagine del piano di scissione della rete predisposto dal consigliere di Prodi, Angelo Rovati. Il premier ha sostenuto che riferire della vicenda alle Camere sarebbe stato «da matti» e dopo poche ore, su pressione degli stessi alleati di governo, si è dovuto piegare a un’informativa urgente che si terrà probabilmente giovedì.
E infine il piccolo colpo di teatro di ieri con le dimissioni di Rovati. Mentre solo all’inizio della settimana lo stesso entourage di Prodi le escludeva nel modo più assoluto. Rovati ha infatti ricostruito ieri la sua disponibilità a uscire di scena sin da subito ma gli veniva detto «che non era questo il problema».
Il colpo di scena a cui però non assisteremo è il cambio di rotta del Boeing della presidenza del Consiglio, che è partito ieri da Pechino con destinazione New York. I tempi per il ritorno a Roma sono ancora lunghi. In effetti Prodi in un momento politico così bollente come quello che si sta vivendo sul caso Telecom ha preso una via di fuga, aderendo da primo della classe a ogni impegno internazionale. Quasi due settimane all’estero, senza mettere piede in Italia.
Grottesco, simile allo sketch di Carlo Verdone che ridicolizza il politico dalle tante chiacchiere, l’ultimo giorno di missione del governo in Cina. Mentre Prodi era a colloquio con il suo omologo cinese, Wen Jiabao, al culmine politico della sua missione, Rovati ufficializzava la sua lettera di dimissioni. A due passi da Piazza Tienanmen, nel palazzo del popolo, che Mao fece costruire in solo 10 mesi, il consigliere politico tira fuori dalla giacca una lettera scritta a mano, mentre il suo premier tira le fila dell’incontro ai vertici.
Dice Rovati: «Mi tolgo di mezzo». E poi inizia a leggere: «Caro Romano, dopo le dimissioni del dottor Tronchetti Provera da presidente della Telecom e dopo il comunicato del governo che annuncia la propria disponibilità a riferire in Parlamento sul sistema nazionale delle telecomunicazioni, ritengo doveroso, per sgombrare ulteriormente il campo da ogni strumentalizzazione, di rinunciare al mio incarico di consigliere politico-economico presso Palazzo Chigi appena rientrato in Italia. Resta il rammarico perché una mia iniziativa presa esclusivamente a fini costruttivi e sicuramente condotta con un eccesso di fiducia sia stata travisata al solo scopo di danneggiare te e il tuo Governo. Con immutato affetto, Angelo».
E pensare che sole poche ore prima il premier si era lamentato con i cronisti: «Siamo in Cina? A leggere i giornali non sembrerebbe». E ieri non sembrava di stare nel palazzo del popolo con il premier cinese: con Rovati che monopolizzava ovviamente l’attenzione sulla sua uscita di scena.
La conversazione non si è infatti limitata alla lettera. Il consigliere di Prodi, ancora non formalmente ex, si è preso la soddisfazione di qualche frecciata polemica rivolta a Tronchetti Provera e indirettamente anche al Giornale. Rispetto all’ex numero uno di Telecom, Rovati ha ammesso il suo errore, ma di ingenuità: «Ho avuto un eccesso di fiducia in una persona che poi tale fiducia e riservatezza non ha mantenuto».
Qualcuno potrebbe obiettare che dall’altra sponda, quella governativa, vi è stata altrettanta mancanza di riservatezza. Il comunicato di Palazzo Chigi che ha ricostruito per filo e per segno gli incontri e i contenuti dei dialoghi tra Prodi e Tronchetti Provera del 19 luglio e del 2 settembre, contiene elementi che avrebbero dovuto rimanere altrettanto riservati.
Ugualmente non esplicito il riferimento polemico al Giornale quando Rovati annuncia che ora «comincerò a gestire le mie società visto che qualcuno le aveva anche pubblicate sul giornale con tanto di organigrammi... Gestirò con più attenzione - aggiunge - i miei affari e i miei interessi».
Sempre nel tratto dell’ingenuità l’ultima battuta è riservata all’uso della carta intestata di Palazzo Chigi per accompagnare il piano inviato a Tronchetti. «È dovuto a un fatto meccanico visto che io non ho nemmeno la carta intestata. Si tratta però di un fatto che non mi pare fondamentale».
Si chiude così una missione che per Prodi doveva essere una marcia trionfale per aprire nuove opportunità per le imprese italiane in Cina. Si è trattato però di un fatto che non pare fondamentale.