«Roveraro mi disse: “Ti rovino”. E io l’ho ucciso»

Botteri ha infierito sul corpo del banchiere con un machete della collezione di Toscani

Enrico Lagattolla

da Milano

Un’adorazione cieca, come l’odio che la consuma. Un modello. Così inarrivabile, che è meglio distruggere. Gianmario Roveraro muore dopo una lite col suo «rampollo» mancato. Filippo Botteri uccide perché non sopporta l’insulto di non poterlo emulare. Lui, l’affarista di provincia su un trampolino immobile. Troppo distante quel mondo. Troppo lontani il successo, e l’aristocrazia che quell’uomo incarna. Un colpo di pistola alla testa. A bruciapelo, un raptus che cancella anche l’ultima offesa. Un contrasto tra i fallimenti del carnefice, e l’olimpo del finanziere bianco. «Non ve la caverete, io vi rovino». Le ultime parole di Roveraro, l’ultimo dissidio vicino al greto del torrente Baganza, nella campagna di San Vitale. Località Castellaro, comune di Sala Baganza. Provincia parmense. Provincia, appunto. Gianmario Roveraro riverso a pochi passi da una strada di paese, e dal letto del fiume. Ci resterà una notte. Una notte in cui macerare il rancore. L’indomani, Filippo Botteri lo fa a pezzi. Con un machete.
Toscani e Botteri, davanti ai magistrati, rendono gli ultimi dettagli della storia. Da sequestro alla morte del finanziere, fino allo scempio. Le ricostruzioni coincidono, ma fino a un certo punto. «Roveraro - racconta Toscani - è rimasto rinchiuso ad Albareto dal 5 al 7 luglio». A Baldi, i due avevano chiesto fin da un anno fa di trovare un posto tranquillo dove rinchiudere Roveraro. Baldi, in quell’edificio, aveva fatto dei lavori di restauro. Il finanziere resta due notti segregato nel solaio. In quelle stanze, il Ris trova una piccola macchia di sangue. Forse, Roveraro è stato picchiato. «Alle 2 di notte - continua - lo abbiamo portato a casa di Botteri». Una villetta due piani a Sala Baganza, in fondo a una strada sterrata. «L’idea era quella di renderlo “presentabile”, dargli una camicia pulita e riportarlo a Milano». Un’operazione lampo, dunque. Come aveva ripetuto Baldi nel suo interrogatorio di lunedì, dove ai magistrati aveva disegnato una «mappa» degli spostamenti del gruppo. E come aveva già detto lo stesso Toscani al momento dell’arresto. «Poi me ne sono andato, lasciando Botteri e Roveraro da soli. Sono arrivato a casa. Aspettavo la sua chiamata per partire». La chiamata arriva. Ma nessuno va a Milano. Sono le 5.30 dell’8 luglio, albeggia. Botteri telefona a Toscani. «L’ho ucciso».
Ora è lui che parla. Davanti ai pubblici ministeri Alberto Nobili e Mario Venditti ricostruisce il sequestro. Descrive agli inquirenti gli spostamenti del gruppo, dalla casa di Roveraro al casale di Albareto, fino al «mattatoio» (dove, in serata, arriva accompagnato dai magistrati). E spiega di aver ucciso lui il finanziere, «con una pistola che possiedo da tempo, e che poi ho buttato». Ma coivolge Toscani. «Prima di andare via - dice - mi ha detto: “Pensaci tu”. Poi, la fine. Il litigio che inizia, Roveraro caricato sulla macchina. I due girano per ore nella campagne, senza una meta precisa. I toni si fanno sempre più duri. L’auto si ferma. Botteri fa scendere il finanziere dall’auto. Gli dà le spalle, Roveraro. E Botteri lo uccide. Un colpo alla nuca. Poi, il pensiero di come far sparire il cadavere. Chiede aiuto a Toscani, che in casa ha una piccola «collezione» di armi da taglio. Tornano sul luogo dell’omicidio. La sera successiva, Botteri fa a pezzi il corpo di Roveraro con un machete, che poi getta in un bidone lungo la strada per Case Bottini, frazione di Fornovo. Lì vengono gettati i resti, chiusi nei sacchi neri della spazzatura, caricati sulla Honda Legend di Toscani. La Renault Mégane di Botteri, usata nel sequestro, viene invece portata in Francia, a Mentone. Lì viene abbandonata, il viaggio di ritorno viene fatto in treno.
L’ultimo tassello è al suo posto. La morte di Roveraro ha un movente. Quell’operazione fallita, per la quale Botteri pretende dieci milioni di euro, è all’origine del sequestro. Ma è un lungo, violento litigio a scatenare tutto il rancore del piccolo faccendiere di provincia. Troppo in alto, l’uomo dell’Opus Dei. Troppo lontano quel mondo di denaro e salotti d’élite. Un colpo di pistola lo mette a tacere. L’odio lo fa a pezzi.