Roveraro, primo sequestro telematico

Le telefonate dell’uomo si sono «volatilizzate». L’esperto spiega come è possibile chiamare senza essere rintracciati dagli investigatori

da Milano
Un altro giorno di inutile e disperata attesa per Gianmario Roveraro, scomparso due settimane fa mentre rientrava a casa. Una vicenda che giorno per giorno si conferma sempre più come un sequestro-rompicapo. Forse il primo rapimento «telematico» della storia. I contatti finora sono avvenuti con telefonate che i carabinieri non riescono a rintracciare.
«E temo che non ci riusciranno tanto facilmente e in tempi brevi. Usando alcuni accorgimenti, come passare attraverso determinati “paradisi telematici”, si riesce infatti a vanificare qualsiasi forma di ricerca» spiega il criminologo Marco Strano, uno dei maggiori esperti italiani in materia di «cyber crime». Per l’esperto, dunque, le comunicazioni fin qui effettuate sono quasi del tutto inutili per venire a capo del sequestro.
Gianmario Roveraro, noto consulente d’affari, non è più tornato a casa dopo aver partecipato mercoledì 5 a un incontro spirituale in un centro dell’Opus Dei. Fino a venerdì 7, ha chiamato diverse volte a casa, l’ufficio e il commercialista. Ma quando gli esperti dell’Arma hanno provato a rintracciare le chiamate si sono trovati davanti a una sorta di muro.
Dottor Strano, come è possibile?
«Ci sono vari sistemi, ma il più semplice, e a portata di tutti, è la telefonata via Internet. Adesso ci sono diversi programmi che, nati per risparmiare sui costi, possono diventare buchi neri che ingoiano ogni informazione».
Come funziona?
«Basta collegarsi a un server in qualche Paese extraeuropeo, dove la diversa legislazione impedisce di fatto di poter accedere ai dati, o solo averli in tempi utili alle indagini. E non si tratta neppure di Paesi del Terzo Mondo».
Una situazione studiata ad arte?
«Certo, come i famosi paradisi economici e fiscali. Tipo la Svizzera di un tempo dove vigeva il più rigido segreto bancario. Grazie a questa “discrezione”, per i loro server passano la maggior parte delle comunicazioni riservate. E quando la magistratura italiana va a chiedere chi ha chiamato, si sente rispondere “Non sappiamo” e tutto diventa più difficile».
Ma perché lo fanno, qual è il loro interesse?
«Basta pensare a quante operazioni adesso passano attraverso la rete. Non intendo i sequestri di persona, ma ai trasferimenti di denaro».
Ma come si fa, in sostanza, a far perdere le proprie tracce?
«Nei Paesi occidentali c’è l’obbligo di memorizzare e archiviare il traffico telefonico, per cui anche a distanza di settimane si può sapere chi ha chiamato, quando e da dove. Se non c’è questo obbligo, quando il giudice italiano attiva la rogatoria internazionale, cioè la richiesta ai magistrati dello Stato estero di eseguire alcuni accertamenti, i dati sono ormai già stati cancellati».
Ma effettuare queste «triangolazioni» in Internet implica particolari conoscenze?
«Purtroppo no, basta qualsiasi ragazzino sveglio e appassionato di informatica».