Come rovinare un collega e prendere il suo posto

Narra la leggenda, anche se troppo spesso è storia vera, che i giornali abbiano una gran fretta di sparare titoli rovinosi sulle persone, salvo relegare in un angolo remoto e oscuro la sua eventuale riabilitazione. Ecco, è il caso di dare una mattonata a questa pessima fama. C’è un italiano di Genova, un tecnico radiologo, che dopo una lunga e cupa odissea merita legittimamente di rialzare la testa, circolare senza imbarazzi, guardare il prossimo dritto negli occhi, finalmente ripulito dal marchio più infamante: pedofilia.
La reputazione, primo bene del nostro patrimonio personale. Anche quest’uomo ne aveva una rispettabile. A strappargliela e a gettargliela nel fango, improvvisamente, un complotto: in questo caso vero e accertato. Un complotto non ancora perfettamente ricostruito, ma certamente ispirato dal più diabolico dei mandanti: l’invidia dei colleghi. Non c’è famiglia mafiosa, non c’è massoneria, non c’è niente di umanamente più perfido e spietato dell’invidia sul posto di lavoro, quando va fuori controllo. Come ricostruisce il Secolo XIX, l’invidia che mette nel mirino Enrico Deseri, coordinatore dei tecnici radiologi all’Istituto genovese dei tumori, si manifesta nel modo più subdolo alla fine dell’estate 2009. È il 29 settembre, la data di una bella canzone, quando il coordinatore viene denunciato in questura. L’accusa è feroce: custodisce nel suo computer qualcosa come cinquecento file di uno squallore assoluto, tutti del ramo pedopornografico. L’inchiesta si apre, ma è inutile dire che subito si chiude la carriera, la serenità, la vita stessa dell’inquisito. Hanno voglia di dire che in Italia vige ancora il diritto, che fino all’ultimo grado di sentenza ogni soggetto è presunto innocente, eccetera eccetera. Sappiamo tutti bene come funziona in realtà, l’abbiamo sperimentato mille volte. Qui siamo in presenza di un pedofilo che lavora in un luogo pubblico, dove passano anche molti minorenni, neanche tanto vestiti. È un’accusa atomica e rovinosa, che basta da sola a seppellire l’onore del sospetto. Altro che chiacchiere.
Non a caso, nel giro di poco tempo il capo dei tecnici entra in crisi e si fa da parte. Sono momenti tetri e angosciosi, chiunque può immaginarlo. L’inchiesta, però, va avanti. Lentamente, sempre troppo lentamente rispetto alle necessità di casi tanto scabrosi, ma va avanti. Purtroppo, prima di arrivare al processo, ci mette due anni abbondanti. Finalmente, proprio l’altro giorno, in aula, la verità riesce ad illuminare la penosa storia. Alle volte, le coincidenze: da una complessa perizia tecnico-informatica, risulta oltre ogni dubbio che nei due giorni in cui le foto scandalose furono scaricate sul computer dell’imputato, l’imputato era assente dal posto di lavoro. Questa stessa verità fondamentale si porta dietro come uno strascico virtuoso una serie di dettagli molto importanti, ricostruiti grazie alle testimonianze di diversa gente che lavora in radiologia. Tra tutti gli elementi riemersi, ne spiccano due davvero sorprendenti. Il primo: a scoprire le foto della vergogna è un collega che in passato aveva incontrato guai personali per foto dello stesso genere. Il secondo: questo stesso collega, da tempo in pessimi rapporti con il capo inquisito e allontanato, qualche mese dopo l’esplosione dello scandalo si fa avanti e chiede alla direzione di poterlo sostituire. Magari sono solo coincidenze, ma la presidente del tribunale non crede alle coincidenze. Il processo si chiude con un’assoluzione piena, lasciando però clamorosamente aperto il capitolo delle porcherie perpetrate ai danni dell’innocente.
Certo ora Enrico Deseri può di nuovo esibire il proprio nome su giornali e televisioni con il giusto orgoglio, senza abbassare lo sguardo. I mezzi di informazione glielo devono. Ci sono due anni abbondanti di tremendi arretrati, da emendare e ripulire.
Forse, col tempo, la vittima dello spaventoso agguato riuscirà persino a superare. Purtroppo rimane in circolazione il killer sadico e spietato, meschino e miserabile, sempre pronto a colpire: l’invidia. In quel reparto di radiologia ha mancato di pochissimo il bersaglio, all’ultimo istante, ma sicuramente si sta già muovendo in qualche altro posto di lavoro. Normalmente non sbaglia due volte di fila.