Rovinati da Woodcock: Ernesto Marzano

Il fratello dell’ex ministro alle Attività produttive: «Tutte le accuse sono cadute prima del processo. Ma ormai ero un uomo distrutto»

Era il 2004 «Woodcock comin­ciò a intercettarmi. Una montagna di intercettazioni».Ernesto Marza­no parla di sé al passato. «Cerco di andare avanti ma la mia vita, la mia esistenza normale, è finita in quei mesi drammatici».
Dottor Marzano, non le pare di esagerare?
«Per niente. L'inchiesta della procura di Potenza che si è abbattu­ta su di me è stata una catastrofe».
Tutte le inchieste sono un guaio per chi sperava di farla franca.
«Io non speravo di farla franca. Io alla fine sono stato prosciolto da ogni accusa, ma ormai il danno era fatto».
Che cosa emerse dalle intercet­tazioni?
«
Emergevano le mie chiacchie­re. Vede, io parlavo a ruota libera, tessevo contatti e relazioni, spara­vo anche qualche balla».
Qualche balla?
«Sì, col senno di poi devo ammet­­terlo: sono stato un cialtrone. Uno a cui piaceva apparire importan­te ».
In pratica, cosa faceva?
Mio fratello Antonio era diventa­to­in quel periodo ministro delle At­tività produttive».
E allora?

«Io promettevo incarichi e con­sulenze. Ma, ripeto, bastava ascol­tarmi e po­i cercare i riscontri per ca­pire che si trattava di millanterie, al
peggio di cialtronerie».
Invece?

«Invece Woodcock prese tutto sul serio. Terribilmente sul serio».
Prese per oro colato quelle tele­fonate?

«Io fui indagato per corruzione e associazione a delinquere. E, quel che è più grave, fu indagato mio fra­tello. A Woodcock, anzi come lo chiamo io a Woodscoop, interessa­va mio fratello che, naturalmente, era ignaro delle mie chiamate».
Ma lei perché prometteva quel che non poteva promettere?
«Una forma di euforia. E, forse, una sorta di nevrosi: in qualche mo­do mi ritenevo creditore verso mio fratello Antonio perché avevo con­tribuito, come avevo potuto, alla costruzione della sua figura politi­ca. Dunque, mi sentivo in qualche modo parte dell'apparato».
D'accordo,il punto è però un al­tro: lei prendeva soldi?
«Ma no, gliel'ho detto. Era tutta una costruzione fantastica, al mas­simo dai brogliacci spuntava una bottiglia di champagne. Niente di significativo. Invece, di colpo, la mia vita andò a picco».
In concreto?
«Io ero consulente di diverse im­prese siderurgiche e del resto ave­vo avuto una brillante carriera nel mondo della siderurgia. Bene, da un giorno all'altro, tutti mi misero alla porta. Cominciando dalla Fal­ck ».
Lei non si difese?
«
Un attimo: tutte queste chiac­chierate erano da settimane man­gime per i giornali che si abbevera­vano alle mie disgrazie. La Falck e le altre aziende furono molto com­prensive: tutti dicevano che mi era­no vicini, che mi davano la loro soli­­darietà e tante altre cose carine, pe­rò, stringi stringi, mi pregavano di fare un passo indietro. E già che c'erano me lo imponevano. Fine della discussione. Io sono nato nel 1936 e fino ad allora avevo sempre lavorato bene, senza problemi. Di colpo a 68 anni ho avuto la sensa­zione che prova chi annaspa. Brut­ta. Sempre più brutta».
A casa?
«
Purtroppo fu anche peggio. Sa, la mia è una famiglia all'antica,rigi­da. Mio padre è stato ragioniere ge­nerale dello Stato: una figura im­portante negli anni Cinquanta; mia madre veniva da una famiglia della nobiltà nera, papalina, con ra­dici fra Roma e Napoli. Vedere un figlio che fa voli pindarici e vedere questi voli pindarici atterrare pun­tualmente sui giornali dev'essere stato per tutti uno choc. In pratica, sono diventato il cialtrone di fami­glia, quello che aveva messo in diffi­coltà gli altri, il quello che li aveva colpevolmente esposti. Il lato de­bole e così via, nella cornice di una famiglia riservata, abituata ad an­dare sui giornali solo il giorno dei funerali».
Hanno preso le distanze da lei?

«Mi hanno escluso dagli avveni­menti della famiglia: non mi han­no più invitato ai battesimi e nem­meno ai matrimoni e, quel che è peggio, quando è morta mia mam­ma sono stato pregato di girare alla larga».
Lei?

«Ovviamente, ho disobbedito e sono andato a darle l'ultimo salu­to, ma intorno a me c'era il gelo».
L'inchiesta com'è finita?
«Come altre di Woodcock. Tra­sferimento per competenza alla Procura e poi al tribunale dei mini­stri di Roma e rapida archiviazio­ne ».
Le accuse sono evaporate?
«Sì: le mie, naturalmente, e an­che quelle di mio fratello. E pure quelle di altri indagati eccellenti: ri­cordo per esempio Tony Renis».
Tony Renis?
«Sì, sì, c'entrava anche lui. D'al­tra parte con le intercettazioni han­no riempito un furgoncino».
Ha ripreso le sue attività?

«No, sono morte in quel periodo e non è stato più possibile rientrare nel giro. Vivo della mia pensione e giusto ieri ho venduto, per fare cas­sa, la casa romana di via Polacchi».
In famiglia?
«Anche lì è difficile recuperare i rapporti. Purtroppo è andata co­sì ». E Marzano torna a guardare la sua vita come un oggetto del passa­to: «Voglio raccontare un ultimo episodio».
Prego.
«Woodcock venne ad interrogar­mi in caserma a Roma con i suoi consulenti. Io fui autorizzato a tele­fonare a mio figlio che aveva avuto un trapianto di rene. Fu una con­versazione, com'è facilmente in­tuibile, molto intensa e drammati­ca. Alla fine Woodcock si girò verso uno dei suoi tecnici e gli disse: "Commovente vero?" Questo è il clima in cui Woodcock mi ha posto le sue domande».