Rovinati da Woodcock / l'imprenditore Fella: "Davo lavoro a 50 famiglie, il pm mi ha rovinato"

L’imprenditore preso di mira solo per alcune telefonate con Pecoraro Scanio. Le accuse principali sono già tutte cadute. &quot;Però le nostre vite sono distrutte&quot;. Anche dj Ringo nella rete del pm: <strong><a href="/interni/anche_dj_ringo_rete_pm_la_mia_odisse_procura_svista_mi_avevano_scambiato_altro_vip/28-07-2011/articolo-id=537312-page=0-comments=1" target="_blank">&quot;Mi avevano scambiato per un altro vip&quot;</a></strong><br />

Un anno di intercettazioni. E poi, microspie ovunque: «La Procura di Potenza ha messo microspie nella mia auto, nel mio ufficio, nelle macchine degli amici, in quelle dei parenti, perfino su un volo di linea». Mattia Fella, imprenditore romano, è entrato nel mirino del pm Henry John Woodcock e ne è uscito a pezzi. «Inutile girarci intorno: la mia esistenza è saltata con quell’indagine avviata da Woodcock e oggi mi sono reinventato una seconda vita negli Stati Uniti. La prima non c’era più».

Come non c’era più?

«Ho scoperto, naturalmente dalla lettura dei giornali, che Woodcock mi seguiva da mesi e mesi».

Perché?

«Vede, io avevo a Roma un’agenzia di viaggi, la Visetur, che andava a gonfie vele e fatturava circa 70 milioni di euro. Avevo anche rapporti per la mia attività con i ministeri e in particolare con Alfonso Pecoraro Scanio, all’epoca titolare dell’Ambiente».

Dunque?

«Un giorno mi chiama la sua segreteria e mi spiega che il ministro è in difficoltà: deve andare sull’Adamello ma manca l’elicottero».

Lei?

«Che dovevo fare? Gli ho procurato io la soluzione. Non so come, ma credo che da allora sono stato intercettato».

E che cosa è venuto fuori?

«Io non sapevo nulla, ma a un certo punto ho visto che la procura di Potenza cominciava a interrogare i miei dipendenti. Strano: facevano domande sulla mia società. Poi di botto è arrivato il disastro e la mia prima vita è finita sugli scogli».

Insomma, che è successo?

«Il solito problema della competenza: Potenza ha spedito le carte a Roma e i giornali se ne sono impadroniti. Così, sempre leggendo i quotidiani, ho appreso con smarrimento di essere sotto inchiesta per corruzione, truffa aggravata e associazione a delinquere. Per una sfilza di episodi che è perfino difficile riassumere».

Ma che aveva fatto?

«Si era partiti da quel passaggio in elicottero a Pecoraro Scanio ma poi l’indagine si era allargata a macchia d’olio. Le cose più clamorose, anzi devastanti, erano due».

La truffa?

«Avevo comprato dei terreni per 270mila euro e mi sarei fatto finanziare dall’Unipol con una mutuo di 800mila euro».

Falso?

«Nessuno dà un mutuo superiore al valore del bene che si acquista. Qui mi avrebbero dato addirittura più del doppio. Una follia. Ma poi sarebbe bastato andare alla Banca d’Italia per sapere che Unipol non mi ha mai dato alcun mutuo. Quei terreni li ho comprati e fine della storia».

Ma com’è possibile?

«Fra cimici, microspie e altro si saranno convinti del contrario. Che le devo dire, è una follia».

La corruzione?

«Avrei comprato l’amministratore delegato della Simest. Una società che gravita sul ministero delle Attività produttive. C’era un viaggio in Mozambico: per Woodcock costava 4mila euro, io gliel’avrei regalato».

Il pm si è sbagliato?

«Non una ma due volte. Il viaggio costava 8mila euro e il direttore se l’era pagato con tanto di assegno. Facilmente controllabile».

Risultato?

«Quando l’indagine è passata per competenza a Roma io ho facilmente dimostrato la mia innocenza. Non avevo mai avuto rapporti con l’Unipol e non avevo offerto niente a nessuno. Ma il punto è quel che è accaduto nelle settimane precedenti. Quando si è saputo che dovevo rispondere di tutta quella trafila di gravissimi reati».

La sua Visetur si è trovata in difficoltà?

«Difficoltà? Ma lei provi a pensare se sui giornali si scrive che sei un corruttore, uno che truffa le banche, uno che tresca indegnamente con la pubblica amministrazione, un farabutto. Le banche ci hanno tolto i fidi, i contratti, tutti i contratti sono saltati, nessuno ci rispondeva più al telefono. I giornali sono andati avanti un mese, cogliendo fiore da fiore. Le ruberie, i rapporti, per forza di cose ambigui se non peggio, con Pecoraro Scanio, e tutto il resto. Impossibile andare avanti».

Ha chiuso?

«Ho resistito finché ho potuto, poi ho dovuto ammainare la bandiera. I miei cinquanta dipendenti hanno perso il lavoro. Sono finiti sul lastrico. Purtroppo queste indagini colpiscono la povera gente...».

E lei non poteva fare niente?

«Pensi, due dipendenti che parlavano fra di loro sono stati a loro volta indagati per favoreggiamento. No, al momento non si poteva fare niente».

La Visetur?

«L’ho venduta ad un prezzo stracciato. È stata una sofferenza, perché io alla Visetur avevo dedicato la mia vita, trent’anni di attività. Ma non c’era più niente da fare: mi sono trasferito con la mia famiglia negli Stati Uniti. Lontano dall’Italia».

Lei è stato interrogato da Woodcock?

«No, il paradosso è che le mie attività sono franate e lui non l’ho mia visto. L’inchiesta è stata trasferita Roma e qui rapidamente, senza nemmeno arrivare a processo, quasi tutti i capi d’imputazione sono caduti come birilli. È caduta la corruzione, è caduta la truffa aggravata, è caduta l’associazione a delinquere».

Resta solo la corruzione nei confronti di Pecoraro Scanio?

«Sì, ma questo filone si è allungato nel tempo per via di un problema tecnico: io ero stato intercettato molte volte mentre parlavo al telefono con il ministro. Alla fine si è stabilito che quei nastri non potranno essere utilizzati. Si vedrà, ormai la Visetur non c’è più e i miei uomini hanno perso il lavoro».