Ru486, la usano 26 ospedali Oltre mille aborti in un anno

Sul farmaco «che non c’è» una studentessa ha scritto anche la tesi di laurea

La Ru 486 è già realtà. Talmente concreta che una laureanda toscana si è aggiudicata un bel 110 e lode per la sua tesi sulla pillola abortiva. E non avrà certo problemi di lavoro visto che si è specializzata in un settore che da qui a poche settimane sarà in forte sviluppo. Quando, cioè, il farmaco francese sarà inserito nel nuovo prontuario terapeutico nazionale e verrà reso disponibile in ogni ospedale e clinica italiana.
Per ora, la pillola abortiva circola in diverse strutture, ventisei in tutta Italia. Sono ospedali soprattutto del Nord e del Centro: sono i luoghi dove centinaia di donne hanno deciso di ingoiare «pillole amare» per evitare di far nascere un bimbo nel loro grembo. Una scelta che molti medici sostengono sia più difficile e meno indolore di un aborto chirurgico. Ma l’evoluzione medica ha ormai tracciato la strada e, quindi, anche in Italia si arriverà ad adottare il farmaco, nonostante le resistenze ideologiche e medico-scientifiche che hanno già messo in guardia contro il ricorso all’aborto chimico.
I più scettici puntano l’indice sui rischi di infezioni che esistono, benché siano molto rari. Da parte loro, i sostenitori dell’Ru 486 si difendono con i numeri. La pillola abortiva è usata nel mondo da milioni di donne, dalla Cina agli Stati Uniti.
Anche in Europa è stata provata da circa un milione di cittadine comunitarie in dieci anni. I paesi che ancora non si sono adeguati sono l’Italia, il Portogallo, l’Ungheria, la Lituania, la Romania. Tutte nazioni che ormai hanno avviato la procedura di commercializzazione del farmaco. Ma questi sono formalismi che, comunque, non hanno impedito a molti medici di adottare in Italia la Ru 486. Nel nostro paese, nonostante la mancanza di normativa al riguardo, l’uso della pillola abortiva è stato infatti introdotto per vie secondarie. «Legali e limpide», come precisano molti medici che hanno approfittato dell’importazione per uso personale del farmaco. In effetti, una legge ammette l’acquisto e l’utilizzo di una medicina venduta all’estero solo se un paziente lo richiede espressamente. Basta quindi aspettare solo cinque o sei giorni e il gioco è fatto: la paziente abortisce farmacologicamente e il divieto formale per la Ru 486 è aggirato. Con questo stratagemma molti ospedali italiani hanno utilizzato le pasticche pur in mancanza di un protocollo nazionale che ne regoli la somministrazione. Tutti si sono però rifatti alle regole internazionali, ben collaudate nel corso degli anni. Così, in due anni e mezzo, circa duemila donne italiane hanno abortito senza il trauma dell’anestesia totale e della degenza ospedaliera. Nel solo 2006 le pazienti sono state 1.178. Con il farmaco si fa tutto in day hospital, ma sotto stretto controllo medico. E sembra che le pazienti sottoposte al trattamento farmacologico abbiano, nonostante tutto, vissuto un’esperienza positiva. Nell’ospedale di Pontedera, per esempio, è stata fatta un’indagine comparativa e la quasi totalità delle donne (il 99%) che ha abortito con la Ru 486 ha considerato il metodo tanto accettabile da consigliarlo alle migliori amiche.
Il rischio di questa novità terapeutica è quello legato all’abuso. Se queste medicine finissero in farmacia si potrebbe ipotizzare la corsa all’aborto facile. Un’evenienza che tutti i medici ospedalieri interpellati dal Giornale escludono categoricamente: il farmaco deve essere somministrato in ospedale, niente vendita diretta. Il veto si spera sia categorico e rigidissimo, perché nella vicina Francia si sta già sperimentando la somministrazione del farmaco a casa, evitando il passaggio in una struttura sanitaria.