Ruba dei biscotti, massacrato a sprangate

Milano, duello rusticano per la bravata di un 19enne del Burkina
Faso: dopo il furto, con due amici, si affronta a colpi di bastoni coi
proprietari di un furgone-bar. Arrestati padre
e figlio, entrambi
pregiudicati

Milano - Ucciso a 19 anni per avere rubato una scatola di biscotti. Il ragazzo, italiano nato nel Burkina Faso, è infatti stato inseguito dai titolari del furgone-bar, padre e figlio, e colpito con una sbarra di ferro. I due sono fuggiti ma nel giro di poche ore sono stati rintracciati e fermati. Immediata la telefonata del ministro dell’Interno Roberto Maroni al questore di Milano Vincenzo Indolfi per la tempestiva risposta della polizia. Smentita quindi ogni ipotesi di aggressione a sfondo razziale. «Futili motivi» taglia corto il capo della mobile Francesco Messina. Alla faccia della solita compagnia di giro della sinistra che per tutto il pomeriggio ha blaterato di «intolleranza» alimentata da una «certa cultura». Quale, ci vuole poco a capirlo.

Il tutto sulla pelle di Abdul Salama Guibre, 19 anni, emigrato giovanissimo a Cernusco sul Naviglio (Milano) insieme ai genitori e ai fratelli: due maschi e due femmine. La famiglia si regolarizza e «Abba», come viene chiamato il ragazzo, prende la cittadinanza italiana. Il giovane studia al Centro di formazione di Gorgonzola (Milano) e inizia i primi lavori saltuari.

L’altra sera esce con un gruppo di amici, tira tardi. Alle 4 sono ancora al «Tiny» di corso Lodi, zona ovest del capoluogo lombardo. Poi la compagnia si scioglie. Qualcuno va a casa, mentre «Abba» prosegue la serata con John K., 21 anni, nato in Rwanda, abitante a Rho, e Samir R., 19 anni, origini africane, nato a Reggio Calabria, residente in provincia di Modena. I tre cercano di raggiungere il Leoncavallo, per vedere il centro sociale. E poco distante avviene lo scontro con Fausto e Daniele Cristofoli, di 51 e 31 anni, entrambi pregiudicati: il papà s’è fatto dieci anni per rapina, il ragazzo s’è fermato ai furti.

I due gestiscono un «autonegozio» per la vendita di generi alimentari e il bar «Shining» di via Zuretti, dove i tre entrano per rubacchiare qualche scatola di biscotti. Padre e figlio se ne accorgono e salgono sull’«autonegozio» parcheggiato lì fuori e li inseguono. Poco distante il contatto. Urla, insulti, tra i quali anche «negro di m....», che poi farà gridare al «razzismo» le vestali del «political correct». Come se in una rissa i contendenti debbano badare che le offese non abbiano contenuto razziale. L’alterco sfocia in rissa. I ragazzi impugnano un bastone, i Cristofoli una spranga di ferro.

Una telefonata avverte il 113, arrivano gli agenti e vedono due ragazzi che cercano di fermare un’auto per far portare l’amico ferito in ospedale. Il giovane, seppur malconcio è in grado di parlare. Finisce al Fatebenefratelli dove però perde conoscenza, entra in coma e cessa di vivere verso le 13.

Prima che la vicenda venga chiarita esplode l’indignazione di quelli che hanno già capito tutto. «Riflettano coloro che ogni giorno alimentano un’isterica fobia contro gli immigrati» ammonisce severo l’ex segretario dei Ds Piero Fassino. Barbara Pollastrini del Pd punta il dito contro quanti «nel tentativo di trovare risposte a una giusta domanda di sicurezza, evocano un clima di violenza e odio per l’altro». «La Lega la deve smettere, con le sue campagne xenofobe e razziste» puntualizza Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc. E il senatore del Pd, Roberto Di Giovan Paolo, accusa direttamente Roberto Maroni: «Vorremmo un ministro dell’Interno più dialogante, più di mediazione, che stemperasse i toni». «Episodio tristissimo che dimostra quanto in questa città ci sia l’esigenza di contrastare il razzismo e la cultura dell’odio» chiosa il capo gruppo Pd in Comune Pierfrancesco Maiorino. Walter Veltroni e Maria Pia Garavaglia, senatrice del Pd parlano di «clima d’odio». Seminato chissà da chi. Loro no di certo. Infine si scopre che era una banale, com’è sempre banale il male, rissa da strada scoppiata per futili motivi. Non è invece banale ma squallido lo sciacallaggio politico sulla pelle di un ragazzo appena ucciso, scatenato dai soliti «indignati speciali».