Rubini: "Giro un giallo con Scamarcio nel mondo dell’arte"

Il cineasta: "In “Colpo d’occhio” dirigo Riccardo e recito con lui: è un giovane con le spalle larghe"

Roma - Caro Sergio Rubini, ne ha fatta di strada dal 1990, quando esordì in regia con La stazione, intensa opera premiata da pubblico e critica e dedicata al suo papà capostazione. È vero che, dopo otto film da regista, torna dietro alla macchina da presa, con un thriller intitolato Colpo d’occhio?
«Dovrei cominciare le riprese a maggio, anche se mi piace sospettare che, all’ultimo momento, il produttore possa cambiare idea... Al di là delle scaramanzie, prevedo di ambientare il mio film nel complicato mondo dell’arte contemporanea. Dove io, qui anche attore, e Riccardo Scamarcio, pugliese come me, ci muoveremo all’interno di un intreccio internazionale, tra Berlino, Venezia e Roma, toccando i luoghi più sacri all’arte contemporanea».
È il momento di Scamarcio! L’ha conosciuto sul set di Manuale d’amore 2?
«Lo conosco da quand’era piccoletto: praticamente, l’ho visto crescere. In questo momento ha gli occhi puntati addosso, è vero, ed è facile perdere la testa. Ma lui ha le spalle larghe, è un giovane molto severo, che alle volte assume un’aria protettiva persino nei miei confronti, che ho quasi cinquant’anni».
A proposito di maturità: a metà carriera, dopo aver lavorato con Gérard Depardieu e Mel Gibson, che idea ha dell’essere regista?
«Ho scoperto di possedere maggior consapevolezza. Quattro film fa, all’epoca di Tutto l’amore che c’è, film autobiografico del 2000, dove narravo gli anni Settanta con gli occhi d’un ragazzetto di paese, qual ero, mi trovai a girare sul balcone della casa di mia madre, a Grumo Appula. Lì il cinema mi si rivelò sotto una luce diversa. Era un’avventura domestica e privatissima, al di là dello scintillio che mi stava portando fuori strada».
Il balcone, la casa materna, il ritorno alle origini: che valore assume, per lei, il simbolo?
«Un valore enorme, lo dico con fierezza. Perché, facendo analisi da anni, so di essere fuori dal coro: la psicanalisi non va più di moda. E invece aiuta gli artisti a fare quadrato intorno alla propria identità. Lo psicanalista Jung sosteneva che la nostra esistenza va paragonata alla vita del sole. Che sale allo zenith, per poi scendere».
Artisticamente parlando, sta tornando giù da quel punto di massima elevazione?
«Sì. L’introspezione, adesso, si è fatta più scura. C’è meno luce, ma nel gioco delle ombre, tutto ora è più autentico. E nel mio lavoro, la sincerità è fondamentale».
In Manuale d’amore 2, di Giovanni Veronesi, l’abbiamo vista nel ruolo del gay alle prese con un padre all’antica. Non le sembra che ci sia un po’ la moda dei film sugli omosessuali?
«Non entro nel merito dei Pacs, però sono d’accordo: adesso c’è un moda di fotografare l’universo omosessuale. Da attore preferisco che sia il cinema leggero a raccontare problemi complesse, facendoli arrivare a una vasta platea, col sorriso sulle labbra. Mentre il cinema d’autore, secondo me, a volte può non funzionare per determinati temi».
Meglio fare l’attore o il regista?
«Mi piace lavorare a tutto campo. Però, come attore, ho la sensazione d’essere in vacanza. Sono un’interprete irreprensibile, che si lascia guidare dal regista. Né capisco quelli che chiedono, vogliono aggiungere, mettono bocca: è come andare al mare, per poi mettersi a scavare buche sotto il sole».
Condivide l’idea, secondo cui il cinema leggero alla Notte prima degli esami di Brizzi possa essere di traino, con i suoi forti incassi, al cinema impegnativo?
«No: i prodotti leggeri non aiutano i prodotti pesanti. Anzi: c’è il rischio che tutti gli autori, in momenti di fragilità, possano imboccare la strada più facile. È dura mantenere la propria linea, i produttori ti obbligano a rifare l’ultimo film di successo... È comunque innegabile che si siano ricostruiti quei rapporti col pubblico in sala, interrotti negli anni Sessanta. Però, se ci si abitua a leggere la Divina Commedia sul Bignami, poi si fa a meno di Dante. È che bisognerebbe imparare dai film americani».
Finalmente un regista italiano, che non denigra il cinema yankee...
«Spesso i film americani hanno dialoghi molto profondi, solo apparentemente superficiali. Noi, invece, talvolta rischiamo di girare intorno al nostro ombelico».