Ruccello fa di Napoli una felice «terra desolata»

Isa Danieli regala una splendida interpretazione del personaggio di Donna Clotilde, la nobildonna decaduta protagonista del dramma «Ferdinando»

Laura Novelli

Ogni nuovo allestimento dedicato alle opere di Annibale Ruccello, straordinario drammaturgo partenopeo scomparso nell’86 a soli trentun anni, ribadisce la forza della sua presenza nel teatro italiano contemporaneo acuendo il vuoto incolmabile che la sua morte ci ha lasciato. È successo per la recente ripresa di Anna Cappelli interpretata da Alvia Reale nel foyer dell’Eliseo (su regia di Valter Malosti). È successo per l’ormai storica messinscena di Notturno di donna con ospiti firmata da Enrico Maria Lamanna con Giuliana De Sio protagonista. È successo per l’originale rilettura de L’Ereditiera offertaci non molto tempo fa da Arturo Cirillo. E succede tanto più adesso che Isa Danieli regala tutta se stessa al pubblico del Quirino, tornando ad affrontare (è la quarta volta) un capolavoro indiscusso come Ferdinando e un personaggio splendido come Donna Clotilde Lucanigro. Va subito detto che lo spettacolo è un evento da non perdere. Riproponendo il disegno registico che del testo fece lo stesso autore nell’85, la Danieli si fa carico qui di interpretare con sublime maestria una nobildonna scontrosa e ipocondriaca che - siamo a Napoli, subito dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie e l’unificazione - si ritira in una villa sul Vesuvio per non assistere al cambiamento epocale ormai in atto.
Ci appare così: seduta su un letto rigonfio di cuscini, i riccioli mori sciolti sulle spalle, la camicia da notte bianca, la voce lamentosa impastata di un napoletano musicale e aggressivo. Accanto a lei c’è la giovane cugina Gesualda (la brava Luisa Amatucci), una parente povera e «zitella» che Clotilde tratta come una serva-infermiera contro cui rovesciare tutto l’odio, l’astio, il rancore che cova dentro. Recitano il rosario.
E il ritmo cadenzato della loro litania evoca cerimonie senza tempo che ben introducono i motivi liturgici, la tradizione culturale, l’impianto barocco (enfatizzato da musica e scenografia) e l’acre senso di disfacimento presenti nell’opera. Non per niente la terza «figura deportata» (secondo la definizione che Ruccello dava dei suoi personaggi) di questa waste land da cui usciranno tutti perdenti è un prete imbroglione e opportunista, Don Catellino (Lello Serao), che frequenta la villa e si porta a letto Gesualda solo per interesse. Dunque, nel testo, si evidenziano sin da subito diversi livelli interpretativi: quello linguistico-dialettale, che dà reale sostanza ai personaggi (basti considerare il grottesco vigore con cui la Danieli padroneggia le battute); quello politico, imbastito sul contrasto tra i Borbone e i Savoia; quello letterario, con suggestioni che ci portano a Proust, Mann, Verga, Tomasi di Lampedusa, Genet, Pasolini; quello antropologico e religioso, che chiama in causa il background personale del drammaturgo e i suoi appassionati studi universitari. Ma, prima di ogni cosa, la situazione coercitiva e conflittuale descritta da Ruccello mette in atto una complessa dinamica di relazioni (dis)umane all’interno della quale è inutile cercare di definire chi sia il carnefice e chi la vittima. La bilancia del massacro psicologico ed emotivo resterà infatti indecifrabile fin quando, in questo mondo appartato e già decaduto, non arriverà la bellezza di Ferdinando, l’affascinante «nipote» di Clotilde che, interpretato da Adriano Mottola con accenti forse un po’ troppo acerbi, farà innamorare di sé la zia (improvvisamente rinsavita), la cupa Gesualda e il prete, portando alla rottura definitiva di ogni argine etico (ci sarà spazio persino per un omicidio), sconvolgendo alla radice il già precario assetto dei sentimenti e edificando un’inquietante architettura di beffarde menzogne: l’angelo biondo è infatti solo un diavolo impostore che, come recita l’emblematica battuta finale di Clotilde/Danieli: «non si chiama neppure Ferdinando».
Repliche fino al 12 marzo. Informazioni 06/6794586