Rugby, è boom fra i ragazzini ma l’Amatori ritira la squadra

La resurrezione più breve della storia del rugby: è durata meno di una settimana la nuova vita dell’Amatori Milano, gloria della pallaovale meneghina che dalla ribalta degli anni Trenta ed Ottanta sembra precipitata in una crisi da cui non riesce a risollevarsi.
Il 12 ottobre, in una conferenza stampa all’Arena, era stato annunciato il rilancio della squadra da parte di una famiglia di imprenditori abruzzesi, i Navarra: propositi in grande stile, rugby di eccellenza e vivai giovanili tutti insieme per riportare Milano al top. Il 17 ottobre, un desolato comunicato stampa annuncia che l’Amatori si è ritirata dal campionato di serie B, dove era malinconicamente precipitata e dove, dall’inizio della stagione, non è mai riuscita una sola volta a scendere in campo.
Il motivo dell’abbandono è il più banale che si possa immaginare: non ci sono abbastanza giocatori. Succede, a volte: ma nelle squadrette di paese o di periferia, quelle che si abborracciano in qualche modo forti solo di buona volontà. Se alla pluridecorata Amatori mancano i giocatori è semplicemente perché non ci sono soldi in cassa: e poiché i giocatori (non avendo da anni la squadra un vivaio proprio) sono tutti professionisti del rugby, senza stipendio non giocano. Dal loro punto di vista, hanno pure ragione.
E ora? Il progetto, giurano i Navarra, va avanti: una sorta di stagione sabbatica che la nuova Amatori dedicherà non a giocare ma a costruire. Ma un po’ di scetticismo sugli esiti, a questo punto, è onesto nutrirlo. Anche perché a Milano il rugby nel frattempo ha dimostrato - più o meno a malincuore - di saper vivere anche senza l’Amatori.
Anzi, l’impennata nel numero dei ragazzi che si innamorano del rude sport del fango ha fatto della Lombardia la regione più ovale d’Italia: oggi il comitato regionale della Fir conta oltre 13mila iscritti, sorpassando e distanziando il Veneto che da sempre è la culla del rugby italiano. E di questo boom di rugbisti lombardi «sono Milano e il suo hinterland la realtà più dinamica, l’equivalente di quello che una volta erano Brescia e la sua provincia», come ha spiegato il presidente del comitato, Angelo Bresciani.
Amatori o non Amatori, insomma, a Milano il rugby non è più uno sport clandestino o di nicchia: si gioca un po’ dappertutto, nei centri dell’hinterland come nel vecchio e malandato tempio dell’ovale cittadino, il «Giuriati» di via Ponzio. E si gioca soprattutto nelle scuole, dove uno dei «guru» di questa disciplina, Enzo Belluardo, ha varato un progetto di rugby educativo che sta incontrando grande successo.
Certo, rimane doloroso il fatto che questo vasto e volonteroso movimento non riesca a produrre una squadra di eccellenza, in grado di misurarsi per il titolo italiano o di competere in Europa.
Ma forse è solo questione di tempo, di sforzi, di pazienza. Forse il numero 10 che manca da sempre all’Italia del rugby è già lì che si allena a calciare in mezzo ai pali, in un campetto spelacchiato di via Mecenate o di Cesano Boscone, e tutto sta a trovarlo.