Rugby, l’allegra carica dei 474 piccoletti

Alla fine della giornata Enzo Belluardo, il guru del minirugby milanese, ha la gola secca dal gridare e il cuore gonfio dall’orgoglio. Sui campi da pallone di via dei Missaglia, abituati a vedere le primedonne isteriche del calcio, tifosi insultanti e genitori in ansia da prestazione, Belluardo ha portato un rave di allegria a forma di pallone da rugby. Ha radunato l’universo del minirugby milanese. Dai bambini di sei anni ai ragazzini di tredici, una valanga di quasi mezzo migliaio - 474, per l’esattezza - di rugbisti in erba ha portato il verbo della pallaovale nelle terre degli infedeli, in un quartiere che di ovale finora aveva visto solo il capolinea del 15.
C’è chi ha vinto e chi ha perso, chi l’ha presa bene e chi l’ha presa male. Ma se chiedi a Belluardo di descrivere il clou della giornata non ti parla dell’Asr o dell’Amatori, del Chicken o del Cus Milano o della Union. «Forse se ne sono accorti in pochi, ma a un certo punto un gruppo di fratellini minori, bambini troppo piccoli anche per giocare in under 7, hanno preso un pallone sgonfio, di quelli farlocchi che si vendono all’autogrill, e si sono messi a giocare in uno spicchio di prato, inventando un rugby tutto loro. Ecco la svolta culturale: quando dei bambini lasciati a se stessi, invece che a calcio si mettono a giocare a rugby».
Intanto, in campo, se le davano di santa ragione, con la serenità degli otto anni, quando i lividi passano in fretta. Qualcuno esultava anche dopo aver perso, così, giusto per la soddisfazione di avere preso una meta in meno della volta prima. Qualcuno tra una partita e l’altra si fiondava sul gameboy perchè, che diamine, sempre marmocchi sono. Qualcuno si era portato da casa il buffet, e l’ha lasciato lì per andare a mangiare il kebab: perché il Gratosoglio non è Città Studi, e in campo dieci razze diverse parlavano solo la lingua del rugby.