Ruggeri: «Il mondo è cattivo? Mi consolo con i sentimenti»

Il cantautore pubblica «Amore e guerra». «Voglio dare un senso alle parole attraverso musiche diverse»

Cesare G. Romana

Nessun riferimento al vecchio, nobile slogan degli anni del Vietnam, nel titolo, Amore e guerra, del nuovo album di Enrico Ruggeri. Semmai il riferimento va all’omonimo film di Woody Allen, con i suoi «spunti di riflessione ben poco indulgenti sulle dinamiche dei comportamenti umani». E alla duplice inclinazione d’un disco che spazia dagli sgomenti collettivi di un’epoca disastrata, alla più intima realtà dei sentimenti individuali: «dal macroscopico - chiosa l’autore - all’infinitamente piccolo di uno stato d’animo».
Album, dunque, bifronte - pure nel linguaggio, fruttuoso balance di cantautorato, spunti etnici e rock - e anche per questo stimolante, questo Amore e guerra che senza spirito di fazione narra di eroi sconosciuti che «dalla Palestina al Tibet, dalla Palestina all’Armenia hanno perso le loro battaglie, dimenticati dai libri di storia»; di utopie perdute in un mondo nemico «sorretto da missili e banche»; di un’America sempre più potente e sempre più insidiata dalle fobie dell’Americano medio («sto morendo di paura / non capisco la paura che hai di me»); di un’infanzia ormai ostaggio della tv spazzatura (Trash); d’un popolo sempre in cerca di padroni (Paisà) e perfino d’un calcio «che in Italia non esiste più». Allora ripiegare nel sogno, nella memoria e «nel complicato mondo dell’amore» è la sola rivalsa, par suggerire Ruggeri in Il romantico aviatore, Quando sogno non ho l’età, L’uomo dei traslochi, i momenti più «privati» dell’album.
«E infatti - dice Enrico - se fossimo negli anni Settanta l’avrei intitolato Il pubblico e il privato, questo disco: come si diceva allora. Vengo da un anno e mezzo pieno di fatti belli e brutti, per me (la morte di mia madre, una nuova paternità) e per tutti: guerre, stragi, catastrofi, un nuovo Papa, speranze. Ho cercato di rendere, mescolando lo sgomento con un po’ d’ironia, questo scenario così inquietante. Dando spazio al faticoso percorso dei sentimenti, e insieme alle cose tremende che vediamo accadere nel mondo. Non solo: alternando linguaggi musicali diversi, perché il marketing pretenderebbe un’uniformità di cui però non sono capace. E puntando, infine, a restituire peso alla parola, che oggi si tende a svuotare di senso: tu, per esempio, pensi alla libertà, per la quale tanta gente è morta, poi senti parlare in tv un’aspirante miss, e scopri che per lei la libertà è mettersi la minigonna».
Sotto accusa, infine, un Occidente dove «finito il blocco comunista s’inventano spauracchi sostitutivi, come dico in L’americano medio. Là è sufficiente un’invasione di mosche o una partita di cibi avariati per far temere l’apocalisse, e allora dico: stiamo attenti, questa è sempre stata la strategia delle dittature, far leva sulla paura della gente. E mi chiedo: perché da noi il suicidio è così diffuso, mentre in Africa, dove ci sono i problemi veri, nessuno si suicida mai?».