Il ruggito ai confini del rock del leone di Belfast

Il geniale e irascibile artista irlandese domani e venerdì agli Arcimboldi. Tre anni fa un magico show in Conservatorio

Forse Van Morrison detiene la palma di artista più scontroso, antipatico e irascibile della storia del rock; ma sicuramente è una delle voci più geniali e longeve di quell’universo che parte dal blues per volare in audaci sperimentazioni a cavallo tra i generi. Van «The Man» Morrison, nei primi anni ’60 leader dei Them (quelli di Gloria), poi una sfilza di album storici che hanno scalato le classifiche ma soprattutto gli hanno procurato un posto perenne nel cuore di milioni di appassionati di buona musica che partendo dal blues pesca nella sensualità soul, nella raffinatezza jazz, nella ruvidità rock, nella ballabilità rhythm and blues percorrendo mille strade differenti senza perdere il sacro fuoco dell’arte popolare. Eppure a modo suo è un tradizionalista e il suo credo è: «Credo nelle tracce lasciate dai nostri predecessori. Penso sia importante capire la propria cultura musicale originaria, perché tante cose sono andate perse, distrutte dagli stili moderni e dalle mode».
Anticipatore del crossover - quello verace e genuino - Morrison si presenta al Teatro degli Arcimboldi domani e venerdì per un doppio concerto (attenzione, quello di domani inizia alle 21 e quello di venerdì alle 20). Tre anni fa esatti aveva tenuto un magnifico show alla Sala Verdi del Conservatorio. Come al solito un pubblico entusiasta e appassionato, che ha goduto nell’ascoltare la voce sempre tonante e calorosa di Van, e che come al solito è rimasta un po’ stizzita per la sua uscita dal palcoscenico (nel pieno dell’ultimo brano, mentre la band suonava, se n’è andato senza un gesto né un minimo saluto). Ma tant’è, Van Morrison è questo. Lui comunica solo cantando (senza dimenticare il suo multistrumentismo aspro e verace nel suonare chitarra, armonica e sassofono) e accompagnandosi con i magici suoni che si arrampicano tra reminiscenze di New Orleans, del Mississippi e della sua natia e nobile Irlanda (da non perdere anche i suoi album folk con i Chieftains); chi vuol avvicinarlo o intervistarlo rischia grosso, ne sa qualcosa Red Ronnie, che l’ha invitato in tv per vederlo alzarsi dopo pochi secondi ricoprendolo di insulti. E anche alle riviste che parlano bene di lui replica piccato: «Ridicolo chiamarmi rockstar, sono solo un cantante, faccio ciò che mi va di fare e degli altri non mi importa nulla».
Per fortuna il Morrison che ci interessa è l’artista, ancora prolifico come non mai dopo più di quaranta dischi. Gli ultimi parti dell’artista sono Keep It Simple, raccolta di nuove composizioni, e la doppia antologia (ma ne esiste anche una versione tripla in edizione limitata) Still On Top: Greatest Hits, che raccoglie i classici tratti dal dischi immortali come Astral Weeks, coraggioso nello scardinare (nel 1968) con contorno di archi e fiati, gli allora rigidi confini tra rock e altri suoni; come Moondance (con l’omonima ballata ripresa da Michael Bublé e capolavori come And It Stoned Me e Caravan), come Tupelo Honey che, con influenze country, segna il suo passaggio dall’Irlanda alla California. L’elenco potrebbe doverosamente proseguire con il malinconico Veedon Fleece, No Guru No Method No Teacher e i recenti What’s Wrong With This Picture e Magic Time, lasciando fuori altri titoli importanti e le collaborazioni con star come John Lee Hooker, Solomon Burke, Dr John senza dimenticare la sua partecipazione al commovente The Last Waltz, addio al pubblico di The Band riversato in triplo cd e portato al cinema da Martin Scorsese.