Ruini: i vescovi non sono contro il federalismo

Andrea Tornielli

nostro inviato ad Assisi

La Chiesa italiana non intende esprimere giudizi sulla riforma della Costituzione appena approvata, perché «sarebbe, questa sì, un’ingerenza». E i vescovi non daranno alcuna indicazione di voto in occasione del prossimo referendum ma auspicano che esso avvenga «nel clima più sereno possibile».
Camillo Ruini, nella conferenza stampa di chiusura della 55° assemblea generale della Cei, si è mostrato ieri piuttosto stupito per i giudizi sulla devoluzione attribuiti ai vescovi. «La Conferenza episcopale – ha spiegato il cardinale – è sempre stata contraria alle ipotesi separatiste, ma questa legge appena approvata non ci sentiamo di affermare che sia separatista. La Chiesa tiene molto all’unità del Paese e alla solidarietà e quindi anche, per quanto possibile, alla perequazione. Ma non si può dire che la Cei sia contraria alla riforma, perché noi non abbiamo esplicitato alcun giudizio». Nella prolusione di lunedì, Ruini aveva definito «assai controverse» le nuove norme. «Non era un giudizio politico – ha precisato il porporato – in favore di qualcuno e contro qualcun altro. Era innanzitutto una constatazione di fatto, dato che non si è arrivati ad approvare la riforma in modo condiviso da parte del Parlamento. Le responsabilità per il mancato raggiungimento di questo obiettivo credo siano abbastanza distribuite». Il cardinale ha inoltre ribadito che è giusto che il Sir o il quotidiano Avvenire esprimano giudizi sulla devolutione, ma questi «rimangono legittimi pareri di questi organi di informazione» e dunque non vanno automaticamente attribuiti ai vescovi.
Certo, Ruini ha dichiarato di condividere le prudenti parole del vescovo di Lodi Giuseppe Merisi, che giovedì aveva detto: «C’è l’auspicio che il federalismo, che rispettiamo e che e che da tante parti è stato incoraggiato, sia solidale e preveda, se necessario per il futuro, qualche meccanismo di perequazione». Ma alla domanda se veda dei rischi, e quali, nella riforma, il cardinale ha risposto: «È difficile non vederli in qualsiasi riforma perché se si cambiano le cose i rischi sono sempre impliciti. Io però non ritengo di poter dare un giudizio perché facendolo entreremmo sì nel campo dell’ingerenza. Su questo tema si pronunceranno i cittadini e noi non daremo alcuna indicazione di voto. Io auspico che avvenga in un clima rasserenante e che non ci siano le tensioni che hanno accompagnato l’iter legislativo fino ad oggi». «Vorrei ricordare – ha aggiunto – che su questi temi, riguardanti la forma costituzionale di uno Stato democratico, l’enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, al numero 47 recita: “Non tocca alla Chiesa pronunciarsi”». «Alla Chiesa preme il bene del Paese – ha spiegato Ruini – e auspichiamo dunque che le tensioni si mantengano nei limiti fisiologici e non patologici». Il cardinale ha poi specificato che diverso è il caso di temi che tocchino direttamente istanze etiche, sulle quali la Chiesa «non può non pronunciarsi e che riguardano non il cattolico, ma l’uomo in quanto tale». «In questi casi – ha affermato il presidente della Cei – la Chiesa si esprime come si esprimono altri soggetti, senza imporre nulla, nel rispetto del libero processo democratico».
Proprio a questo riguardo, Ruini si è espresso favorevolmente sulla proposta di far entrare nei consultori i volontari del Movimento per la Vita avanzata dal ministro della Salute Francesco Storace. «È auspicabile – ha detto il cardinale – che le affermazioni della legge 194 per la tutela della maternità siano rese effettive e dunque avere nei consultori delle persone che svolgano questo servizio è positivo. Pur non essendo all’interno dei consultori, fino ad oggi il Movimento per la Vita ha aiutato 70mila donne a non abortire: senza costringerle, ma soltanto aiutandole a superare le difficoltà concrete che le avevano portate a quella scelta. Ho presente alcuni casi di giovani immigrate, che ora sono felici di avere il loro bambino».
Infine, il presidente della Cei è tornato sulle «pallottole di carta» e sulle polemiche che l’espressione aveva suscitato nei giorni scorsi. «L’ho detta durante un’omelia ai vescovi, non sapevo che c’erano giornalisti e non era pensata per essere affermata pubblicamente. È un’espressione a cui sono affezionato da almeno quindici anni e che uso quando ci incontro persone che mi dicono “come fa a resistere?” oppure “le sono vicino nella sofferenza”. Io parlo loro delle pallottole di carta per sdrammatizzare, per dire che non bisogna esagerare. Aggiungo – ha concluso Ruini – che fermarsi soltanto sulla parola “pallottole” e non sul fatto che sono “di carta”, denota forse uno scarso senso dell’umorismo».