Ruini: il malato non può decidere di morire

Il cardinale: «Dico no all’accanimento terapeutico ma anche all’abbandono terapeutico. Welby? Ho sofferto a non concedergli i funerali, ma lui era determinato a porre fine alla sua vita»

da Roma

La rinuncia all’accanimento terapeutico «non può giungere al punto di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia». Aprendo i lavori del consiglio permanente della Cei - probabilmente l’ultimo della sua presidenza - il cardinale Camillo Ruini interviene sul caso Welby e spiega la «sofferta decisione» di negare i funerali religiosi all’esponente radicale morto lo scorso dicembre dopo aver chiesto e ottenuto di essere stato staccato dal respiratore che lo teneva in vita. Ma dedica anche un ampio paragrafo del suo discorso per riaffermare la contrarietà della Chiesa ai Pacs.
Il presidente della Cei, parlando della discussione sulla legge sul testamento biologico, afferma che «sembra esserci un ampio consenso» nel rifiuto dell’eutanasia e ricorda che «è legittimo rifiutare l’accanimento terapeutico», cioè «procedure mediche straordinarie» troppo onerose o pericolose e sproporzionate rispetto ai risultati. Ma precisa che il no all’accanimento terapeutico «non può giungere però al punto di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia e in particolare a quell’abbandono terapeutico che priva il paziente del necessario sostegno vitale». «La volontà del malato, attuale o anticipata o espressa attraverso un suo fiduciario, e quella dei suoi familiari - ha continuato Ruini - non possono pertanto avere per oggetto la decisione di togliere la vita al malato stesso». Il cardinale spiega che «in questa materia così delicata appare dunque una norma di saggezza non pretendere che tutto possa essere previsto e regolato dalla legge».
Quanto ai funerali negati, Ruini spiega che la sua «sofferta decisione» è derivata «dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio». Il presidente della Cei ha quindi accennato alla consapevolezza del dolore arrecato ai familiari e al turbamento di tanti credenti mossi da «sentimenti di pietà», sebbene «forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre». Questi passaggi della prolusione entrano direttamente nel merito della discussione sulla quale è intervenuto domenica scorsa il cardinale Carlo Maria Martini dalle colonne del Sole24 Ore, chiedendo «più attenta considerazione anche pastorale» per casi come quello di Welby. Proprio ieri, tra l’altro, il comitato «Scienza & Vita» ha manifestato le proprie perplessità per l’auspicio, espresso da Martini, che in Italia si possa giungere all’adozione di una legge simile a quella francese.
L’altro scottante argomento affrontato da Ruini è stato quello dei Pacs. Il cardinale ha ribadito che gli interventi della Chiesa in questa materia non sono ingerenze indebite, ma un «dovere». Le proposte di legge sul riconoscimento delle coppie di fatto presentate fino ad oggi «purtroppo tendono quasi tutte - ha osservato - a riconoscere e tutelare» sia le unioni eterosessuali sia quelle gay. Ruini invita invece il governo a sostenere la «famiglia legittima fondata sul matrimonio», rimuovendo ostacoli di ordine pratico e anche «giuridico e fiscale». E spiega che non va esteso il riconoscimento matrimoniale alle unioni omosessuali in quanto «una simile rivendicazione contrasta con fondamentali dati antropologici e in particolare con la non esistenza del bene della generazione dei figli». La via che il cardinale indica per venire incontro a determinate esigenze delle coppie di fatto è, invece, quella di eventuali modifiche del codice civile, «rimanendo comunque nell’ambito dei diritti e doveri della persona». «Non vi è quindi motivo - conclude - di creare un modello che inevitabilmente configurerebbe qualcosa di simile a un matrimonio, dove ai diritti non corrisponderebbero uguali doveri: sarebbe questa la strada sicura per rendere più difficile la formazione di famiglie autentiche».
In un precedente passaggio della prolusione Ruini aveva osservato che la «legge finanziaria dovrebbe contribuire non poco al risanamento del debito» pur ricordandone l’iter travagliato e le «pubbliche proteste» di numerose categorie di cittadini. Il presidente della Cei aveva citato positivamente le agevolazioni per le famiglie a basso reddito ma aveva anche fatto notare come la manovra sia lontana dall’offrire un «sostegno organico alla famiglia».