Ruini: il risveglio dell’Islam ci preoccupa

Su eutanasia e Pacs: «Non vogliamo opporre un rifiuto unilaterale»

nostro inviato a Verona
I cattolici devono mettere in pratica il «programma» prospettato giovedì scorso da Papa Ratzinger, superando «le tentazioni dell’autoreferenzialità e del ripiegamento su di sé, che pure non mancano», senza puntare su «un’organizzazione sempre più complessa», ma essendo invece più attenti «alle persone e alle famiglie». Solo riscoprendo la vocazione missionaria e testimoniando in ogni ambito la loro fede, saranno in grado di rispondere alle sfide che si trovano di fronte: tra le più preoccupanti, quella rappresentata dal nuovo protagonismo dell’islam sulla scena mondiale e italiana.
Il cardinale Camillo Ruini pronuncia a Verona il lungo intervento che chiude il 4° convegno della Chiesa italiana e afferma che, mentre al convegno di Palermo del 1995 era ancora presente «quell’atmosfera di sollievo e di fiducia» nata dalla caduta del comunismo, oggi la situazione è molto diversa, «per delle cause profonde e di lungo periodo che hanno nella tragica data dell’11 settembre 2001 un’espressione emblematica ma assai parziale». «La sfida rappresentata dal terrorismo internazionale, per quanto ardua e minacciosa – ha spiegato il presidente della Cei – è infatti soltanto un aspetto di una problematica molto più ampia, che si riconduce al risveglio religioso, sociale e politico dell’islam e alla volontà di essere di nuovo protagoniste sulla scena mondiale che accomuna almeno in qualche misura le popolazioni islamiche, pur con tutte le differenze e le tensioni che esistono tra di esse». «Questo grande processo – continua Ruini – ci tocca da vicino, a nostra volta, sotto il profilo religioso e non soltanto sociale, economico e politico, anche perché, nel quadro generale dei grandi fenomeni migratori, è forte la presenza islamica in Europa e ormai anche in Italia». Il cardinale ha quindi ricordato altri fenomeni, come lo sviluppo di Cina e India e la grave povertà di molti altri Paesi, affermando che «la Chiesa italiana, non può non essere attenta e partecipe verso queste tematiche».
L’altra grande sfida per i cristiani, è la «questione antropologica», cioè il confronto con «prospettive e punti di vista» che riguardano i grandi temi etici e mettono in discussione gli stessi valori della morale naturale, in una società dove si afferma «un erotismo sempre più pervasivo e diffuso», e prevale «una concezione della vita dove il valore prevalente sembra essere la soddisfazione del desiderio, che diventa anche la misura e il criterio della nostra personale libertà».
Di fronte a tutto questo, la Chiesa, spiega il cardinale, ribadisce la sua scelta di non fare scelte partitiche: «Abbiamo dunque tutti i motivi per proseguire su questa via, non coinvolgendoci in scelte di partito o di schieramento politico e operando invece perché i fondamentali principi richiamati dalla dottrina sociale della Chiesa e conformi all’autentica realtà dell’uomo innervino e sostengano la vita della nostra società». Spetta ai laici fare le scelte politiche, impegnandosi su queste tematiche e in particolare «sulla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, e sulla difesa e promozione della famiglia fondata sul matrimonio, contrastando quindi le tendenze a introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla», così come nel impegno per la parità scolastica. I politici cristiani «collocati in formazioni politiche diverse» vanno aiutati dalla comunità perché possano dialogare e «operare in maniera coerente con i comuni valori a cui aderiscono».
Ruini dice anche che di fronte alla sfida sui grandi temi che riguardano l’uomo e ai tentativi di cambiare la legislazione esistente (oggi in Italia i due esempi sono il dibattito su eutanasia e Pacs), «per parte nostra non intendiamo opporre un rifiuto altrettanto unilaterale: siamo infatti ben consapevoli che la libertà della persona è un grandissimo valore, che va riconosciuto nella misura più ampia possibile anche nella società e nelle sue leggi».
Il presidente della Cei si rallegra poi per vedere condiviso «anche tra coloro che non hanno in comune con noi la fede cristiana, o almeno non la praticano» un concetto di laicità che non è laicismo (agli «atei devoti») e aggiunge serenamente: «Accettiamo parimenti con animo sereno le critiche e talvolta le ostilità che il nostro impegno pubblico porta con sé, sapendo che fanno parte della libera dialettica di un Paese democratico e che molto più preoccupante delle critiche sarebbe quell’indifferenza che è sinonimo di irrilevanza e che sarebbe il segno di una nostra mancata presenza».