«Il rumore? La prima calamità innaturale»

Che oggi qualcuno possa anche soltanto pensare che «la guerra in atto contro il silenzio» possa mettere in pericolo la democrazia, è già anticonvenzionale. Se poi decide di scriverci sopra un saggio-pamphlet, allora non può che trattarsi di un vero originale, tipo un accademico inglese. In effetti Stuart Sim, autore di Manifesto per il silenzio (in uscita per Feltrinelli, pagg. 190, euro 15, traduzione di Adele Oliveri) è un professore universitario vicino per cultura, arguzia e understatement al professor Keating dell’Attimo fuggente. L’ultima battaglia di questo docente pluritradotto, riconosciuto storico del postmodernismo, si combatte sul fronte del silenzio: un diritto calpestato la cui estinzione minaccia l’umanità molto più da vicino del climate change. L’assenso popolare ricevuto dal suo Manifesto lo dimostra: dalla pubblicazione a oggi, il professore è stato travolto da e-mail di stressati dal rumore che hanno dato appoggio alla sua causa, culturale e politica, ancor prima che polemica.
Professore, lei scrive che è in atto una vera guerra al silenzio. Dove e da parte di chi?
«Il rumore sta diventando un’arma di marketing, per tenere sotto controllo la nostra attenzione. In Inghilterra, nei bar, nei locali e nei ristoranti la musica è assordante e il volume della musica viene sistematicamente alzato affinché la gente parli di meno e beva di più. Nei negozi la musica viene tenuta alta per creare un’atmosfera di festa e spingere all’acquisto d’impulso. A Shanghai si costruisce 24 ore su 24 e le autorità lo permettono. Gli aeroporti diventano sempre più grandi. Se questa non è una guerra! E noi siamo prigionieri, minacciati fisicamente e psicologicamente».
Può farci un elenco di leggi che i politici dovrebbero attuare al più presto per restaurare una democrazia del silenzio?
«Intanto dovrebbero far rispettare le leggi esistenti sul livello dei decibel permessi. Cosa che non accade praticamente mai. Poi dovrebbero essere previsti dei momenti di silenzio totale durante la giornata: oltre a impedire il sonno, i rumori notturni sono antisociali. Quindi, restrizione dei voli notturni. La costruzione di nuovi edifici dovrebbe essere regolamentata in base al rumore che produrranno».
I grattacieli fanno rumore?
«È scientificamente provato che “strillano”. Nei giorni di vento le lame di vetro e acciaio vibrano a frequenze fortissime. E in generale le costruzioni molto alte creano attorno a sé gorghi e vortici che generano rumori stridenti e sibilanti. Le pubblicazioni scientifiche sull’argomento sono pochissime, quindi gli architetti non ne sanno quasi niente. È stato addirittura suggerito che esista un “insabbiamento da parte dell’industria edilizia” a questo proposito. Ma prima di ogni cosa occorrono campagne di educazione civica. Abbassare il tasso di rumore è una forma di coscienza sociale».
Il silenzio ci fa umani?
«Molti di noi hanno un bisogno fisico di rumore e azione. Siamo esseri sociali e adoriamo interagire. Ma allo stesso modo è parte di noi riflettere e rilassarci nella quiete più totale. Il problema è che oggi ciò ci viene impedito. Non possiamo più esprimere questo lato della natura umana».
Quanti tipi di silenzio esistono?
«Moltissimi e ciascuno è collegato a uno stato d’animo. Checché se ne pensi, se si è soli il silenzio non è la condizione ideale. Il silenzio è irresistibile di notte, a passeggio per le strade - ammesso che se ne trovino di tranquille - o seduti in poltrona a casa di amici. Paradossalmente, il silenzio può anche essere identificato con l’ambiente naturale, dove ovviamente è presente ogni tipo di rumore, dagli uccelli al vento. Un altro tipo di silenzio è quello che desideriamo mentre stiamo ascoltando un rumore che ci piace - lo stormire delle fronde, a esempio - e non vogliamo che un rumore intrusivo lo interrompa».
C’è un nesso tra silenzio e spiritualità?
«Le religioni identificano spesso il silenzio con il divino. Credo che, a esempio, i Quaccheri siano realmente più vicini a Dio durante le loro riunioni finalizzate al raggiungimento dello “spirito di silenzio vivente”».
Dunque, chi perde il silenzio perde anche Dio?
«Il silenzio sostiene il pensiero spirituale e la riflessione metafisica anche per gli atei. Ma certo più lo stile di vita è materialistico e meno siamo attratti dal silenzio».
Il silenzio incrementa anche la creatività. Secondo il suo Manifesto, ne beneficiano poesia, letteratura, arti in genere...
«Gli artisti sono letteralmente sedotti dal silenzio e nei secoli hanno cercato anche di rappresentarlo. Con tele monocromatiche o addirittura bianco su bianco. Con la poesia connessa alla solitudine nella natura, con “commedie silenziose” o lunghe pause, come ha fatto Beckett con Godot. Con l’emersione del flusso di coscienza nella scrittura, come è accaduto alla Woolf e a Joyce, per dare “voce” ai pensieri, estrema forma di silenzio».
Persino la bellezza ha bisogno di silenzio.
«Certe forme di bellezza esistono soltanto nel silenzio. Se nel momento esatto in cui contemplo un tramonto parte un assolo rock, la bellezza va drammaticamente a male. Lo stesso può accadere con un quadro».
E gli amanti, si amerebbero meglio in un mondo silenzioso?
«Esprimere a parole il proprio amore è senz’altro bellissimo, ma se tra due amanti c’è empatia, ogni discorso è superfluo».
E il potere del linguaggio dove lo mettiamo?
«Scrivo libri, quindi ne so qualcosa: le parole risultano spesso inadeguate a esprimere i sentimenti».
Insomma il silenzio è un linguaggio come un altro.
«Pensi alle pause nella conversazione, specie se accompagnate dalla mimica facciale: “Che ne pensi del nuovo capo?”. Una bella smorfia, senza parole. Crede che il suo collega non capirà? Prendere tempo prima di rispondere a una domanda, invece, può indicare disinteresse o addirittura disprezzo per l’interlocutore. Esiste una grammatica del silenzio di cui intuitivamente siamo tutti consapevoli».