Rumsas: «Ho sbagliato e pagato Oggi per vivere aggiusto le bici»

Ha il viso di un angelo, ma per il ciclismo mondiale è un demone. Capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti delicati e faccino imberbe. Guardi Raimondas Rumsas e sembra impossibile che un ragazzo così possa essere il volto sporco del ciclismo mondiale. Ma un giudice francese l’ha rinviato a giudizio, assieme alla moglie e al medico, per «aver importato e detenuto farmaci dopanti». A fine novembre, in Francia (Chambery), ci sarà il processo. Incontriamo Rumsas subito dopo la scarcerazione dal penitenziario di Lucca, dopo otto giorni di isolamento seguito a un mandato d’arresto europeo emesso dalla procura transalpina che indaga su lui e la moglie.
Come si sente?
«Moralmente mi hanno dato un'altra bella mazzata, ma resta la speranza: mi auguro che venga fatta giustizia. Né io né mia moglie siamo degli spacciatori».
Ma lei viene visto in questo modo.
«Lo so, e non mi do pace. In carcere, il primo giorno è stato durissimo: ero in isolamento. Poi il giorno dopo il direttore ha capito chi ero. Ha visto i titoli su tutti i giornali d'Italia, ha chiesto di me, ha voluto sapere, mi ha tolto dall'isolamento e sono riuscito a farmi portare anche i rulli e la bicicletta in cella. Ho pedalato tanto, a testa bassa: io non mollo».
Ma dopo aver fermato ai confini della Francia sua moglie con molti farmaci proibiti, hanno fermato lei al Giro: per Epo... «È vero, ho sbagliato e ho pagato con una squalifica di un anno. Anche se non tutti pagano allo stesso modo. Capisco che cosa deve aver provato Marco Pantani. C'è chi in gruppo viene protetto e chi scaricato. Lui è stato scaricato. La stessa cosa vogliono farla con il sottoscritto. E poi anche sulla positività del Giro ci sarebbero tante cose da dire... E comunque lo ripeto: io ho sbagliato e ho pagato. Per molti miei colleghi, però, non è così: hanno sbagliato, e sono ancora lì». A sentirla parlare sembra che lei sia solo vittima...
«Beh, faccia un po' lei. Valutiamo la vicenda di questi giorni. Io sono stato arrestato per otto giorni con un mandato europeo perché secondo il giudice di Bonneville potevo scappare. Ma da dove? Io vivo in Italia da cinque anni, da quando sono in questo pasticcio ho continuato a vivere dove ho sempre vissuto».
Non crede che la magistratura francese si sia legata al dito il fatto che lei ha lasciato sua moglie per 75 giorni in carcere? «E cosa avrei dovuto fare? Noi all'epoca avevamo tre figli (oggi sono quattro: Raimondas 10 anni, Linas di 8, Rasa 9, Renato 10 mesi, ndr), e se io mi fossi recato in Francia ci avrebbero messo dentro tutti e due».
È vero che lei è in gravi difficoltà economiche?
«Diciamo che non navigo nell'oro. Ho speso tutto per gli avvocati. Ma fortunatamente c'è anche chi mi vuole bene. Tra questi Luciano Galleschi, presidente della Parkpre, che mi ha offerto di lavorare nei suoi due negozi di Lucca e Cascine. Per lui corro anche delle gran fondo, ma il mio sogno è sempre quello di tornare professionista».
La gara più difficile sarà il processo del 24 novembre prossimo?
«Lo so, perfettamente, e mi difenderò con tutte le mie forze. Non ho nulla da perdere, ho già perso molto, ma non la cosa più importante della mia vita: la famiglia. È grazie a loro che sono qui. È l'unica vera squadra di cui io dispongo, ma è la più affidabile di tutte».