Una ruota d’acqua per togliere la sete al Terzo Mondo

L’idea di due genovesi laureati in disegno industriale sarà diffusa attraverso l’Unicef

Hanno avuto un’idea tanto semplice da essere geniale: hanno inventato la ruota. O meglio, la carriola. E questa intuizione sta per fare il giro del mondo. Si chiamano Stefano Giunta e Francesco Anderlini, sono genovesi e si sono appena laureati in Disegno Industriale alla Facoltà di Architettura dell’Università di Genova. Giovani, brillanti e con le idee chiare, hanno studiato un oggetto semplice e poco costoso che consente di trasportare a piedi e senza fatica fino a ottanta litri di acqua in una tanica ermetica e igienica contenuta all’interno di un pneumatico. Praticamente un sistema rivoluzionario per le popolazioni dei Paesi del terzo mondo, dall’Africa all’India, all’America Latina, dove donne e bambini sono costretti a percorrere immense distanze a piedi per procurarsi pochi litri di acqua potabile che vengono portati nei vasi di coccio sulla testa. La «Roto-Tanica» è stata brevettata e se ne sono interessati i funzionari dell’Unicef che hanno deciso di utilizzarla in centinaia di migliaia di esemplari nelle missioni e nei villaggi dei Paesi in via di sviluppo. Ma non solo. La ruota per il trasporto dell’acqua è stata presa in considerazione anche dall’Adi, prestigiosa associazione internazionale per il disegno industriale: l’obiettivo è quello di porre l’immagine della Roto-Tanica come cavallo di battaglia in mostre internazionali di design per il suo valore etico.
«Abbiamo sfruttato il principio della ruota - spiega Stefano Giunta - che consente di trasportare anche pesi considerevoli senza troppa fatica. All’Unicef ci hanno spiegato che spesso donne e bambini sono costretti a fare a piedi circa dieci chilometri in media per portare l’acqua presso i loro villaggi. Certo il problema andrebbe risolto creando acquedotti, ma credo che nel frattempo serva un po’ di realismo e la Roto-Tanica potrebbe alleggerire di molto la fatica di queste persone».
L’acqua contenuta nella tanica, diversamente da quella che viene portata nei vasi di coccio, non certo impermeabili e igienici, viene mantenuta pulita dalla fonte fino a destinazione. «Il punto di forza di questo oggetto è il suo baricentro - spiega Francesco Anderlini -, che è posto in coincidenza con l’asse di rotazione della ruota, un questo modo, a differenza della carriola, dove bisogna applicare due forze, una per sollevarla e l’altra per spingerla, è sufficiente tirarla o spingerla e questo movimento, leggero e che prevede uno sforzo minimo, lo possono fare anche i bambini, quasi come un gioco». Addirittura i due giovani designer hanno pensato di realizzare la tanica un po’ concava, per poterla eventualmente stoccare o per consentire alle persone legate alla cultura locale di collocarla sulla testa una volta sfilati i manubri.
I responsabili dell’Unicef hanno invitato Stefano e Francesco a diverse conferenze per presentare la Roto-Tanica agli addetti ai lavori che si occupano di progetti umanitari nei Paesi in via di sviluppo. Un successo. «Siamo consapevoli di aver creato l’uovo di colombo - aggiungono ancora Stefano e Francesco - ma il tema da cui siamo partiti era molto serio. Inoltre siamo consapevoli che per aiutare in maniera significativa queste popolazioni non si possono stravolgere le tradizioni locali». Altra considerazione da cui sono partiti i due ragazzi è legata alla forma dell’oggetto e al fatto che può essere collegato anche al gioco. «I bambini si divertono con materiali di riutilizzo e molto frequentemente giocano con ruote e oggetti simili - spiegano -. In questo modo si riesce a trasformare un lavoro noioso e impegnativo in un’attività giocosa e divertente».
Adesso, anche a seguito del successo riscosso dalla Roto-Tanica in una mostra di design che si è recentemnte svolta a Genova, si deve passare alla fase più strettamente operativa. «Ci hanno chiesto di realizzare qualche prototipo per cominciare a diffonderlo - aggiunge Stefano Giunta -, il prezzo finale della Roto-Tanica è di poche decine di euro, ma servono circa 3.500 per realizzare il prototipo. Una volta stabilito che funziona e che l’idea è accettata volentieri dalle popolazioni a cui è diretta si può produrre». E allora cosa manca? Stefano e francesco sorridono. «Magari uno sponsor per cominciare».