Rushdie, la bella favola del Rinascimento globale

Nel suo ultimo romanzo (già accolto da molte polemiche), lo scrittore indobritannico mette in scena l'incontro tra l'India dei Mogul e la Firenze dei Medici. Un affresco dai toni barocchi con un centro di gravità attuale

Le polemiche che circondano in questi giorni il nuovo e decimo romanzo di Salman Rushdie, The Enchantress of Florence (Jonathan Cape, pagg. 368, sterline 18,99), denunciando le dissonanze del suo realismo magico non fanno che avvalorare la statura letteraria dello scrittore indobritannico, che ancora una volta attinge alla storia mescolando razze, religioni e imperi, come già con I figli della mezzanotte e L’ultimo sospiro del moro, per proporre, attraverso sogni e miti di tradizioni diverse, nuove speranze di rinnovamento. Considerato da alcuni critici un vero romanzo storico nutrito da una fitta e forse esagerata bibliografia, da altri un capolavoro degno dell’Ariosto e del Tasso, da altri ancora un libro denso di imprecisioni e banalità («il peggior scritto di Rushdie» decreta il Sunday Times), L’incantatrice di Firenze è in realtà un romanzo fra storia e invenzione fantastica, una selva di follie e di incantesimi che dibatte ancora una volta il tema più caro all’autore, il sogno di un ponte immaginario che congiunga Est e Ovest per abbattere le rivalità e i malintesi fra Oriente e Occidente.

«Ho inventato una storia che riunisce l’India dell’impero dei Mogul con la Firenze del Rinascimento», aveva dichiarato l’autore. Con la sua immaginazione barocca è ritornato nel subcontinente indiano per zigzagare fra i Mogul e la Firenze dei Medici, a sottolineare, fra le altre cose, come lo spirito rinascimentale, con la sua conversazione filosofica e culturale, non avesse investito soltanto l’Italia, ma anche le corti mogul, ottomane e persiane. Da una parte abbiamo Firenze al tempo di Lorenzo il Magnifico con il suo cittadino celebre per il suo realismo cinico e pessimista, Niccolò Machiavelli, dall’altra il più grande degli imperatori mogul, Akbar, il fondatore dell’onirica reggia di Sikri Fatehpur, da cui regnò sul Nord dell’India nella seconda metà del ’500. Se la penna di Rushdie eccelle nel ricreare il mondo perduto dei Mogul e della Firenze del Rinascimento, non da meno è la trama complessa che collega i due mondi attraverso Argalia, un mercenario fiorentino fattosi turco che porta con sé a Firenze la bellissima Qara Koz, l’incantatrice dagli occhi neri, una discendente di Gengis Khan.

A raccontare questa storia all’imperatore, e a rivelarne i segreti, è un biondo viaggiatore che si fa chiamare «Mogor dell’Amore», «il moro dell’Amore», il quale tesse un laborioso arazzo di personaggi autentici e inventati che si mescolano a regine bellissime e irresistibili incantatrici, riflessi a loro volta delle ossessioni del grande Akbar, accettati dal suo popolo perché «a quel tempo erano cosa normale, prima che il reale e l’irreale venissero segregati per sempre e condannati a vivere separati sotto sovrani diversi e leggi differenti».

Le avventure di Argalia affascinano l’imperatore e ne conquistano il cuore, ma Rushdie non perde d’occhio la dicotomia Machiavelli-Akbar dandoci l’immagine di un imperatore intelligente, un portavoce del suo stesso pensiero. Se Machiavelli rappresenta la dura vita quotidiana con le sue regole quasi scientifiche della politica e del potere, l’imperatore Akbar, che aveva accarezzato il grande sogno di unire sotto di sé tutta l’India, «tutte le razze, le tribù, i clan, le fedi e le nazioni», è il centro morale del romanzo, il centro di gravità che si riallaccia al problema che da sempre preoccupa Rushdie nel suo lavoro: quello della responsabilità, della difesa dell’uomo dal controllo della religione e delle chiese.

Il sovrano della tolleranza e dell’umanesimo, che aveva tentato di creare una religione che tenesse conto di tutte le religioni, dall’islam all’induismo - aveva invitato alla sua corte anche i gesuiti dal Portogallo - obiettava che Dio privava l’uomo del bene della responsabilità perché «la sua esistenza negava agli esseri umani il diritto di formarsi strutture etiche». «Se non ci fosse mai stato un Dio, rifletteva l’imperatore, sarebbe stato più facile stabilire che cos’è la bontà», perché la bontà non era annullamento di sé davanti all’Onnipotente, bensì un «lento, difficile cammino irto di errori, di un individuo o di una collettività».

Costretto a lasciare la sua città magica quando i laghi si prosciugano e manca l’acqua, Akbar intuisce la propria sconfitta: «Tutto ciò per cui si era battuto, la sua filosofia e i suoi costumi di vita, sarebbero evaporati come l’acqua». Il futuro non sarebbe stato come aveva sognato, bensì «arido e ostile, antagonistico», la gente avrebbe odiato e ucciso in nome «della grande disputa su Dio che lui aveva cercato di chiudere per sempre» e che invece ancor oggi non cessa di sconvolgere l’umanità. Infine, realtà e fantasia non sono incompatibili, sembra dire Rushdie nella sua sontuosa mistura di storia e fiaba: «La religione poteva essere ripensata, riesaminata, rifatta, forse persino eliminata; il magico restava impervio agli attacchi». Akbar nella sua splendida reggia e i fiorentini nella loro magnifica città vivevano in un mondo di magia «con la medesima passione con cui vivevano nel mondo delle cose tangibili».