Ruspe o baraccopoli? La sinistra divisa dai rom

da Milano

Nelle intenzioni del governo, doveva essere un tema sfilato dall'agenda politica del centrodestra. Invece quello della sicurezza si sta rivelando l'ultimo terreno di scontro nella maggioranza.
L'altro giorno la firma dei «patti» con le grandi città (chiesti a gran voce soprattutto da Milano) poteva far pensare a un cambio di rotta nell'esecutivo, incalzato dall'opposizione e pressato dal tragico intensificarsi di crimini commessi da immigrati: la ragazza uccisa nella metropolitana di Roma da due prostitute romene, l'autobus dirottato in Piemonte da tre albanesi drogati, la donna morta a Napoli per difendere l'auto rubata da un rom bosniaco. Giuliano Amato è consapevole di questa nuova frontiera di rischio interno, tant'è vero che l'altro giorno ha presentato il patto per la sicurezza di Roma con parole rivolte soprattutto ai suoi alleati: ha detto che «la sinistra commette un tragico errore se pensa che la sicurezza sia un tema da ricchi» e che «chi ha poco da difendere si difende ancora più aspramente, chiede maggiore tutela e se non si sente difeso diventa nemico di chi gli è più simile». Per Romano Prodi, fermato dai cronisti sotto casa a Bologna, «abbiamo preso la strada giusta: la sicurezza non è un fatto astratto, è la sicurezza del cittadino». Massimo Donadi, capogruppo dipietrista alla Camera, ha insistito che «la sinistra deve riappropriarsi di questo problema: una buona parte gioca invece con la sicurezza dei cittadini in nome di visioni buoniste puramente ideologiche, che sono non soltanto irrealistiche ma soprattutto dannose. Bisogna fare tesoro dell'esperienza degli amministratori locali, da Zanonato a Cofferati, da Chiamparino alla Bresso». Sindaci-sceriffi di sinistra, che abbracciano la linea dura in difesa della legalità erigendo muri, sgomberando ghetti, convertendosi all'antiproibizionismo. Dall'elenco mancano Walter Veltroni e il suo buonismo che acrobaticamente tenta di tenere insieme «accoglienza, solidarietà, rispetto della legge, presidio del territorio».
Da Prodi ad Amato al sottosegretario Minniti (che ha lanciato un allarme terrorismo per il pullman di Novara), una parte del governo si rende conto che sulla sicurezza l'esecutivo si gioca una grossa fetta di credibilità. Ma nella sinistra radicale si rafforza la convinzione opposta. Ieri se n'è fatto portavoce il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che a Genova ha accusato la destra di essere «tutta interessata a far marcire la situazione, cioè a far sì che aumenti il numero dei clandestini in Italia e poi lanciare campagne di paura sulla popolazione per cercare di raccattare voti spaventando la gente. Mi sembra che stia giocando allo sfascio». Una questione molto sentita dalla gente, sollevata con forza dall'opposizione, che preoccupa anche molti amministratori di centrosinistra e ora anche il governo, viene dunque liquidata come un gioco al massacro. Anche dalle comunità rom italiane arrivano parole di fuoco. Santino Spinelli, musicista e unico docente universitario italiano di cultura «romanì»: «I campi nomadi sono Auschwitz all'aperto, lager democratici, apartheid in casa nostra. Credo che ci si dovrebbe vergognare anche solo a parlare di campi, regolari o no». Dure le repliche del centrodestra. «Noi fascisti? Sui temi dell'immigrazione è vero il contrario - dice il coordinatore azzurro Sandro Bondi -. L'approccio fascista è tipico della sinistra italiana, che da una parte spalanca porte e finestre all'immigrazione clandestina e, dall'altra, come a Bologna e Padova, usa le ruspe "democratiche" o costruisce "muri" intorno agli immigrati». Per il leghista Roberto Calderoli, «Ferrero deve tacere perché è un complice di quello che sta accadendo nel nostro Paese, dove tutti gli ultimi gravi delitti sono stati commessi da immigrati irregolari». Alessandra Mussolini vorrebbe «i rom accattoni fuori dall'Italia: non portano alcun valore aggiunto alla nostra cultura e minano la sicurezza delle famiglie».