Russ Meyer, i «b movies» sul «lato b»

Pupe (con annesse puppe), ma senza bulli. Pupe pop, onomatopeiche, ondeggianti, basculanti. Erotiche, più che sexy, ingenue e aggressive, con la pistola o senza, ironiche, sognatrici e allo stesso tempo generatrici di sogni decisamente pornografici. Le «nonne» delle signorine dirette da Rick Jacobson in Bitch Slap, non potevano contare sugli effetti speciali, ivi inclusi quelli del make up, cui attingono a piene mani le loro «nipotine». Meglio così: non ne avevano bisogno. Di speciale c’erano già loro, Tura Satana, Erica Gavin, Shari Eubank e le altre, chiamate a dar forma (ovviamente, ringraziando Madre Natura), ma anche sostanza alle fantasie del loro demiurgo in baffetti e foulard, quel Russ Meyer (1922-2004) satirico e satiro, impegnato e qualunquista, gaudente e riflessivo padre-padrone, per un decennio, dell’immaginario maschile made in Usa. D’accordo, il parere del kitschissimo suo collega John Waters, il quale definisce Faster, Pussycat! Kill! Kill! (1965) il miglior film della storia del cinema, è, come dire... un tantino esagerato. Tuttavia, sia agli occhi sbarrati e scandalizzati dell’epoca, sia a quelli oggi avvezzi al trash e al pulp ormai istituzionalizzati da un altro fedele seguace di Meyer, cioè Quentin Tarantino, le storie sempre al limite dell’assurdo e dell’estremo ambientate nella provincia del sogno americano non meritano l’appellativo di b-movies. La lettera «b», semmai, vale come prefisso al «lato b» delle eroine sculettanti, bianche come il latte e polpose come le bistecche divorate dai loro spasimanti, puntualmente da loro fatti fessi. Perché l’uomo, nell’epopea di Meyer che scorrazza fra dune desertiche e motel di quart’ordine, ha la funzione, in questa poetica a suo modo stilnovistica, dell’accessorio, della comparsa. Le ubertose amazzoni motorizzate, in fondo, ballano da sole. E si concedono soltanto allo spettatore-guardone.