La Russa: "Casini vuole far dimettere Fini? Lui è la volpe. E noi siamo l’uva..."

Il ministro respinge l’attacco: "L’Udc vorrebbe essere al nostro posto
nel Pdl E gli ex di An passati alla Lega tornino a casa, ora c’è un
partito più forte&quot;. <a href="/a.pic1?ID=341730" target="_blank"><strong>Dario al Circo Massimo</strong></a>, a furia di sparate ora fa l'uomo cannone

RomaMinistro La Russa, ha sentito gli attacchi a Gianfranco Fini che arrivano dall’Udc? Cesa ne chiede addirittura le dimissioni, Casini benedice. Lei come risponde?
«Che Cesa e l’Udc mi fanno venire in mente la favola di Esopo, sa quella della volpe e l’uva? Ecco: Casini è la volpe e noi che veniamo da An siamo l’uva».
In che senso?
«Nel senso che mi pare che abbiano il dente avvelenato con noi e questi attacchi lo dimostrano. Probabilmente rimpiangono di non essere al nostro posto. In ogni caso, Cesa non è nuovo a queste uscite, fuori tempo e fuori luogo. Basta citare la sua frase famosa che alla vigilia delle elezioni fu la goccia che fece traboccare il vaso dell’alleanza con loro. Ricorda? Disse che la legge li obbligava a indicare Berlusconi come leader, ma che non lo avrebbero mai proposto come premier nelle consultazioni col Capo dello Stato. Volevano allearsi nelle urne per lucrare voti e poi tenersi le mani libere dopo. L’alleanza finì. La sortita contro Fini è ancora più ingiustificata».
Gli rimproverano di fare «battaglie di parte».
«In realtà, gli si imputa puramente e semplicemente di avere delle idee. E meno male che l’Udc fa finta di essere il partito che non si sottomette ai diktat ideologici! Fini può permettersi di esprimere le sue idee proprio perché parla da un soglio come quello della presidenza della Camera. In realtà, lo attaccano per mascherare il loro disagio e la mancanza di ruolo di un “centro” senza collocazione in un Paese irreversibilmente bipolare com’è ormai l’Italia. Loro sono, legittimamente per carità, contro il bipolarismo. Ma la stragrande maggioranza degli italiani non li segue: altro che “vento di centro”, il vento rischia di spazzarlo via il centro».
Il suo collega, ministro Ronchi, chiede di non fare più nessuna alleanza con l’Udc, neanche a livello locale. Giusto?
«Sarebbe dargli troppa importanza. Capisco la logica, anche io sono irritato per quelle polemiche strumentali, ma non mi scandalizzano più di tanto: capisco il disagio di chi si ritrova all’opposizione e senza grandi spazi di manovra. Non mi pare il caso di porre veti ed escludere alleanze nelle amministrative: mai dire mai».
A proposito di alleati, ora che c’è il Pdl i rapporti con la Lega sono migliori o più complicati?
«Quelli umani sono più forti che mai. Non ho mai avuto una sintonia così forte con tanti di loro, con Maroni c’è addirittura un idillio e con Bossi c’è grande simpatia. All’ultimo incontro, a casa sua, se ne è uscito dicendo a Berlusconi: “La Russa prima o poi verrà con noi della Lega!”».
E Berlusconi si è preoccupato?
«Macché. Ha risposto: “Se vuoi te lo diamo anche subito...”».
Umanamente rose e fiori. Ma politicamente è più complicata, soprattutto al Nord: non c’è un rischio di competizione elettorale tra Pdl e Lega?
«E infatti vorrei lanciare due appelli. Il primo agli amici della Lega: al Nord dobbiamo attrezzarci da subito per far sì che la competizione sia fuori e non dentro il recinto dei voti di centrodestra. Non attardiamoci in concorrenze tra noi, guardiamo ai voti nuovi che possono venire da un’opposizione in difficoltà».
E il secondo appello?
«Agli ex elettori di An che, alle politiche, non hanno trovato il loro simbolo sulla scheda e si sono rivolti in percentuale non marginale anche alla Lega: è ora di tornare a casa. Ora il Pdl c’è ed è un sicuro punto d’approdo, con una forte identità e con parole d’ordine chiare sulla sicurezza e sull’immigrazione. Sia pur sempre con attenzione alle questioni dell’integrazione e delle garanzie».
Lei parla di opposizione in difficoltà. Cosa pensa della nuova gestione Franceschini nel Pd?
«Che purtroppo la novità c’è, ma non mi pare positiva. A Walter Veltroni va riconosciuto il merito di aver lanciato una grande sfida per la modernizzazione politica di questo Paese. Ora invece mi pare che si stia tornando all’indietro, riscoprendo tutte le vecchie armi dell’antiberlusconismo, i richiami della foresta della vecchia sinistra. Il Circo Massimo della Cgil più che una manifestazione sindacale sembrava un amarcord, una riunione di veteromarxisti. C’erano tutti, da Bertinotti a Ferrero a Di Pietro».
Ma c’era anche Franceschini.
«Appunto. Io capisco che debba da una parte cercare di frenare l’emorragia di voti a sinistra e, dall’altra, farsi perdonare di essere un ex democristiano alla guida dei post Ds. Ma non mi pare una bella novità per l’Italia».
Ministro La Russa, lei era al vertice Nato. Ci racconta com’è andata la storia della telefonata di Berlusconi?
«Che son state date versioni semplicistiche, magari non in malafede ma superficiali, di quell’episodio. La verità è che Berlusconi si è lanciato a capofitto, fin dal primo momento e a costo anche di rinunciare alla passerella coi leader mondiali, nel tentativo di convincere la Turchia a togliere il veto su Rassmussen. E di evitare che il vertice si trasformasse in un mezzo insuccesso. C’è riuscito, discutendo con Erdogan e ha ricevuto i ringraziamenti ufficiali del presidente turco Gul».
Il premier si è molto irritato per come i mass media hanno riportato la vicenda...
«Berlusconi se la prende a parole, ma poi sa anche lui che beccarsi qualche sfottò è il destino dei grandi. E i suoi modi a volte si prestano: prenda l’urlo con Obama e la regina, per esempio. Certo, ha fatto sorridere anche me. Ma dietro c’era la volontà, riuscita, di essere l’uomo di mediazione tra le due ex superpotenze, Usa e Russia, che si erano allontanate. E quella foto con Obama e Medvedev valeva più di mille parole. La presa in giro è lecita, per carità: io sono spesso bersaglio della satira e me ne faccio un vanto. Il problema è che accanto agli sfottò non c’è lo sforzo, da parte dei media italiani, di far capire anche i successi politici».
A Strasburgo si è parlato anche di Afghanistan: come cambia l’impegno italiano?
«Ci sarà, da parte degli Stati Uniti, uno sforzo senza precedenti per consolidare la situazione in Afghanistan. E lo si può fare solo aumentando la presenza militare. L’Italia deve fare la sua parte: abbiamo sfondato il tetto dei 3mila soldati, arriveremo a circa 3.300. La strategia di Obama, che in fondo è la stessa dell’ultima fase di Bush tant’è che il segretario alla Difesa Gates è rimasto, prevede che l’Afghanistan si doti di una sua forza militare e di polizia autonoma. E rafforzi l’autorevolezza del governo».
Lei è stato tra i primi a chiedere un’azione contro la nuova legge afghana che legittima lo stupro.
«Sì, l’ho richiesta per primo nel vertice dei ministri della Difesa e in molti l’hanno rilanciata. Ora rilancio anch’io: entro Pasqua decideremo il ritiro simbolico di tutti i soldati donna dall’Afghanistan, per invitare Karzai a ripensarci».