La Russa: "An e Forza italia come due gemelli"

Il reggente del partito: "Come l’allenatore dell’Inter non dobbiamo
essere politicamente corretti. Col Carroccio serve una competizione
costruttiva&quot;. La storia infinita di Fini, <strong><a href="/a.pic1?ID=337766">il maestro di dialettica masi stato numero due</a></strong>. Con l'addio alle ali estreme <strong><a href="/a.pic1?ID=337769">saremo finalmente normali</a></strong>. Verso il Pdl <strong><a href="/a.pic1?ID=337764">fra le note di Ruggeri e i video di Almirante </a></strong>

«Ministro, sta facendo il trasloco?». An e Forza Italia vanno a vivere insieme. Niente di melodrammatico, in fondo se ne parla da un bel po’. L’ultima volta che hai visto Ignazio La Russa impacchettare il suo passato è stato tanto tempo fa, quattordici anni. Era il 27 gennaio 1995, un altro secolo. Quello che il vecchio Msi era stato, con scatoloni pieni di fotografie un po’ sbiadite, gli occhi azzurri di Almirante, il nero, il ghetto, quel sentirsi diversi, contro tutto e tutti, la patria tradita, perduta, rattoppata, i saluti a braccia tese, le parole, la nostalgia, tutto veniva portato in soffitta, consegnato alla storia. Qualcuno diceva che i missini si erano messi il doppiopetto blu, stregati da Berlusconi, imborghesiti, anche loro un po’ lib-lab, anche se di destra. Non fu facile, allora, scrollarsi di dosso il passato. E adesso? «Il trasloco lo abbiamo fatto da un pezzo».

Emozionato?

«Questa volta è diverso».

Niente lacrime?

«Qualche lacrimuccia. Noi, davvero, quel giorno a Fiuggi abbiamo consegnato alla storia, senza rinnegarla, una fetta della nostra vita. Era necessario. Il Novecento era finito e bisognava voltare pagina. Questa volta andiamo nel Pdl con la nostra identità. Senza traumi, senza strappi. Siamo alleati da anni e anni. Abbiamo governato insieme. Abbiamo vinto e perso insieme. Siamo stati insieme fin dalla nascita, come due gemelli. È tutto molto naturale. E rende più semplice la vita politica italiana. C’è in Italia, come in tutte le democrazie mature, un forte partito di destra».

Tutto questo grazie a Veltroni?

«A Berlusconi e Fini, ma Veltroni ci ha messo del suo. Lo riconosco. Con il Partito democratico ha lanciato una sfida. È un merito. Solo che lui quella sfida l’ha persa. La sinistra è uno specchio rotto. Frammenti. Incompatibili. La destra no».

Resta fuori la Lega.
«Ecco, parliamo della Lega».

Parliamo. La Lega è un alleato, ma un po’ vi farà concorrenza.
«Ed è giusto che sia così. Questo è un fatto che non dobbiamo sottovalutare».

La Russa antileghista? Cos’è, difende il suo feudo milanese?
«Lasciamo stare i feudi, anche quelli sono roba antica. Il mio rapporto con la Lega è sempre stato ottimo. Quando Fini diceva che con Bossi non avrebbe preso neanche un caffè, io con Umberto ci parlavo. E Fini lo sapeva. È per questo che ora posso dire che la questione Lega non va sottovalutata».

Cioè?

«Ora nella nostra coalizione ci sono solo due partiti e per quello più piccolo è un vantaggio. Può smarcarsi più facilmente e giocare sulla differenza di identità. La Lega è molto forte sul territorio. La Lega sa farsi riconoscere. La Lega è un alleato, ma noi non dobbiamo aver paura di una sana e leale competizione. Costruttiva».

C’è il rischio che alla fine si litighi.

«No, ci si aiuta. Faccio qualche esempio?».

Meglio.

«Maroni ha parlato di un maggior controllo del territorio da parte di polizia e carabinieri. Ma siamo stati noi a suggerire le pattuglie a piedi. La Lega fa la battaglia su Malpensa, ma la scelta di non dimenticare Linate, il vero aeroporto dei milanesi, è nostra. Dobbiamo lavorare insieme, senza appiattirci, sottolineando la nostra identità».

A proposito di identità. Ma se dicono che La Russa è liberale, liberista e libertario, lei che risponde?
«Che sono di destra. Quindi qualche volta liberale, altre libertario. Sul liberista, lo confesso, fatico».

E se le dicono che negli ultimi tempi il Pdl odora troppo di sacrestia?

«E no, qui allora dobbiamo metterci d’accordo. Non è che si può accusare Fini di laicismo e poi dire che siamo clericali. Sulle questioni etiche ci sono tante sfumature ed è facile appiccicare etichette».

Beh, ma si sa, come scrive Stenio Solinas, Fini è il leader ideale della sinistra.

«Lasciamo stare la storia di Solinas, lì ci sono questioni personali, vecchie ruggini. Gli intellettuali di destra non ci hanno mai perdonato di aver avuto successo. La destra politica è una realtà, mentre loro sono rimasti ai margini della cultura. La verità è che a destra come a sinistra gli intellettuali sono orfani delle ideologie e faticano a capire il post-Novecento».

Manca la mappa.
«Eh?».

Tutti quanti, in questo periodo, navighiamo a vista. È come andare in giro per una città con un navigatore vecchio di almeno trent’anni. Le strade sono cambiate e spesso ci perdiamo. Anche se destra e sinistra, in questo, si comportano in modo diverso.
«Sentiamo».

La sinistra è convinta che la vecchia mappa sia la realtà, e continua a sbagliare incroci.

«E la destra?».

Non ha un navigatore e chiede al passante: scusi, per il Duomo?
«La destra ha un navigatore. È aggiornato e preciso, ma lo tiene spento. Lo usa solo quando serve, nei momenti di crisi».

E perché?

«Un navigatore sempre acceso crea confusione e, a volte, non ti permette di riconoscere gli errori. Ogni tanto è saggio rivolgersi al passante e chiedere dove si va per il Duomo. E mi sembra chiaro che il passante è l’elettore».

Molti sostengono: il destino del Pdl è legato a Berlusconi. Senza di lui la destra torna un arcipelago frastagliato.

«Ci sarà anche dopo Berlusconi, dopo Fini, dopo qualsiasi altro leader. Le racconto un episodio e Gasparri potrà confermarlo. Allora ero pessimista. Ai funerali di Almirante dissi: “Guarda Maurizio tutta questa gente, la destra non avrà più un popolo così”. Mi sbagliavo. Quello era solo l’inizio».

Non ha paura che An perda la sua identità?

«No, saremo solo più forti. Come due grandi squadre che diventano una».

Non è che si converte al Milan?

«Impossibile».

Le piace Mourinho?

«È un grande personaggio. E ha il merito di togliere un po’ di quell’ipocrisia, quel politicamente corretto, spesso banale, che c’è nei discorsi degli allenatori italiani. È un po’ quello che sta facendo la destra in politica».

Questo paragone le costerà caro.
«Diranno che sono il solito interista».