La Russa: "Inno, pace con Bossi. E sul federalismo siamo uniti"

Il reggente di An chiude il caso: "Il Senatùr si è scusato". Poi attacca il Pd: "S’indigna a comando"

Roma - Ministro La Russa, ce l’avete ancora con Bossi?
«Per me la questione è chiusa. E in fondo dal male può venire un bene: mi pare che la Lega si sia perfettamente resa conto che vicende come questa ci possono danneggiare, e soprattutto che sull’identità nazionale non si può scherzare. Per noi di An è una materia sensibile, come per loro il federalismo o per Forza Italia la giustizia».

Pace fatta, dunque?
«Ma sì! Oltretutto, Bossi si è pure scusato, a modo suo, spiegando che stava parlando ad una “platea particolarmente calda” e che la battutaccia gli è sfuggita “nella concitazione del momento”: è il massimo che Umberto potesse dire. Anzi mi stupisco che i giornali abbiano fatto finta di non accorgersene. A suo modo, Bossi ha riconosciuto di aver fatto un errore. E comunque non è mica obbligatorio farsi piacere il testo dell’inno, basta non oltraggiarlo».

L’opposizione ha subito cavalcato la polemica nel centrodestra.
«La sinistra è professionista dell’indignazione a comando. Anche se stavolta, obiettivamente, persino loro che da poco hanno scoperto il tricolore non potevano non cogliere l’occasione. Sono contento di apprendere che d’ora in poi suoneranno sempre Fratelli d’Italia alla festa dell’Unità: ci hanno messo trent’anni ad apprezzare l’inno, spero che non ce ne mettano altri trenta ad imparare le parole».

L’incidente su Mameli sembra aver interrotto prematuramente il corteggiamento del Pd alla Lega.
«La sinistra è ben strana: sono ancora convinti di essere gli unici a poter dare patenti di legittimità. E così un giorno la Lega è la loro costola e il giorno dopo torna la pietra dello scandalo. Quel corteggiamento non mi ha mai preoccupato: è Bossi che ha utilizzato il Pd. Temeva resistenze nella maggioranza sul federalismo, e ha cercato una sponda a sinistra».

E quelle resistenze non ci sono?
«Sul federalismo fiscale c’è già una bozza condivisa, che sarà il punto di partenza. E chi spera che ci dividiamo si sbaglia: An non è certo meno federalista degli alleati, anche se ha ben chiari i limiti di un federalismo ragionevole, che non deve danneggiare parti del paese a vantaggio di altre. E su questo c’è una disponibilità seria della Lega».

Insomma, sulle riforme marciate uniti?
«Oggi abbiamo avuto un incontro con Calderoli e Tremonti, e ho insistito perché accanto al federalismo si vada avanti in parallelo anche sulla riforma dello Stato».

Sul modello francese, come chiede oggi Fini?
«Per noi è la soluzione migliore, quella che coniuga legittimazione democratica e capacità decisionale, ma siamo aperti alla discussione. L’importante è che parta il treno e che si trovino soluzioni condivise, coinvolgendo anche l’opposizione perché le riforme vanno fatte insieme».

Anche quella della giustizia?
«Oggi se ne può discutere con maggiore serenità e senza il disturbo dei professionisti dell’antiberlusconismo militante: l’approvazione del lodo Alfano li zittisce e crea un clima molto migliore. Ha ragione Berlusconi a dire che sulla giustizia non bisogna perder tempo e che il paese ha bisogno di una riforma che renda più celeri i processi e ripristini una maggiore imparzialità e terzietà dei giudici. Il criterio deve essere quello che seguimmo per l’ordinamento giudiziario: nessuna base precostituita, neppure dal ministro. Le forze del centrodestra devono preparare insieme un testo, e poi discuterlo con gli operatori della giustizia e anche con l’opposizione».

Quando nascerà ufficialmente il Pdl?
«La data più probabile mi pare febbraio. C’è un percorso condiviso con Fi, e c’è uno sbocco che è già stato deciso dai nostri elettori. Ora serve un confronto sui temi culturali di fondo. An non si arrocca su posizioni di bandiera, ma i nostri militanti sanno che non abbandoneremo la nostra cultura politica: riforme, democrazia diretta, equilibrio Nord-Sud, identità nazionale. E il valore della sicurezza, che per noi non è un punto programmatico ma la precondizione di ogni libertà».

A proposito di sicurezza, la preoccupano i tagli?
«Certo. Ma capisco che se vogliamo rimettere a posto i conti dobbiamo tutti fare dei sacrifici. A patto che non si taglino gli stipendi degli addetti, anzi si migliorino, e non si metta a rischio la sicurezza dei cittadini».

Tagliare dove, allora?
«Le faccio un esempio: quest’anno, col bilancio ordinario della Difesa, abbiamo parzialmente contribuito a coprire le spese per le missioni all’estero. A dicembre, quando si ridiscuterà il decreto in materia, chiederò che governo e Parlamento stanzino tutto il necessario senza aspettarsi che il ministero sopperisca. Tocca alla politica decidere se decurtare gli impegni internazionali e ridurre le missioni, o finanziariale adeguatamente. Di sicuro non più con i fondi per le spese ordinarie della Difesa».