La Russa: "Navi e aerei contro i pirati somali"

L’Italia pronta a intervenire anche via terra dopo la risoluzione delle
Nazioni Unite che autorizza azioni armate nel Paese. I nostri soldati
parteciperanno alla missione internazionale in Darfur: previsto l’invio
di velivoli da trasporto

Roma - L’Italia potrebbe dare la caccia ai pirati dal cielo e dalla terra, oltre che per mare. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato martedì una risoluzione per combattere i predoni lungo le coste della Somalia con mezzi terrestri e «misure aerospaziali». Finisce il contrattacco affidato solo alle Marine, si passa alla seconda fase di intervento e se ne innalza il livello. Un’emergenza di cui si sospettano addirittura legami con il terrorismo internazionale va combattuta con qualsiasi strumento militare a disposizione delle Nazioni Unite. I Paesi membri ne hanno convenuto all’unanimità. E l’Italia potrebbe assecondare la volontà della risoluzione,

«Se ci sarà necessità ci confronteremo: non escludo un intervento», ha fatto sapere ieri il ministro della Difesa Ignazio la Russa. L’attacco alle navi umanitarie che trasportano aiuti ai Paesi poveri del mondo è ormai una provocazione che va contrastata come priorità. Se ne sono accorti al palazzo di Vetro, all’Unione Europea, e anche a Roma, dove La Russa ieri, in occasione degli auguri natalizi ai giornalisti, lo ha detto chiaro: «Crediamo che nel 2009 sia opportuno avere una presenza importante contro la minaccia recata dai pirati ai cittadini e alla libera circolazione delle merci».

L’Italia ha partecipato in queste settimane alla missione Onu nelle acque somale con il cacciatorpediniere Durand de La Penne. Ma anche a palazzo Baracchini stanno valutando che «il contrasto alla pirateria con il solo pattugliamento delle navi in un’area così grande - ha ammesso il ministro - rischia di essere un quasi inutile dispiegamento di forze». Si è poi corretto: «Non in grado di contrastare in maniera efficace il fenomeno». Per questo se le Nazioni Unite chiameranno l’Italia per un intervento di aerei e mezzi terrestri, la risposta potrebbe essere sì.

La strada naturalmente non sarà veloce. Il governo porrà la questione formalmente al parlamento: alle Camere si chiederà di «intensificare la presenza militare italiana» e di dare il via libera alla partecipazione alla missione dell’Unione Europea, che sostituisce in questi giorni l’operazione dell’Onu.
Ma l’offensiva sarebbe vana senza un intervento giuridico. Per essere combattuti, i pirati devono entrare di necessità nel codice penale italiano: «Se noi fermiamo un pirata, in teoria non lo possiamo arrestare», ha chiarito La Russa.

C’è un’anomalia, un vuoto legislativo, in un codice che non tiene conto di una minaccia tornata dopo secoli viva e reale, il passaggio dalla leggenda di altri tempi al pericolo vero: «Da noi non esiste il reato di pirateria - ha confermato il titolare della Difesa -. Credo quindi che dovremmo affrontare anche dal punto di vista normativo questo reato», perché la mancanza di un’accusa specifica «può creare qualche problema nel momento in cui decidiamo di partecipare all’operazione». Mano al codice e richiesta di parere al parlamento, «risorse permettendo», ha aggiunto, perché «anche se riusciremmo a fare un matrimonio con i fichi secchi», i tagli ci sono per tutti, nessun ministero escluso.

Tra le novità annunciate ci sarà la partecipazione dell’Italia alla missione Onu in Darfur. L’Italia metterà a disposizione mezzi di trasporto aereo, dal momento che i peacekeeper ne sono sprovvisti. Un intervento «che risponde all’esigenza di proteggere le popolazioni locali da una sorta di pulizia etnica». Nel nuovo decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali che presto verrà messo a punto, gli uomini schierati «aumenteranno solo di qualche decina», ma la media di uomini impegnati all’estero sarà «sostanzialmente invariata».