La Russa: «Serve una nuova Fiuggi per rilanciare An»

«Il partito unico è lontano. Può essere una prospettiva soprattutto se federale»

Roberto Scafuri

da Roma

Onorevole Ignazio La Russa, che accade ad An? Circola persino la storia che Fini abbandoni la guida...
«Non mi piacciono i gossip e questa storia politicamente non esiste».
Non cerchi di minimizzare.
«Guai a minimizzare. È un momento di disagio, ma se facciamo un certo percorso possiamo volgerlo in positivo. Senza alzare i toni, senza la pretesa di giudicare gli altri, senza voler essere giudicati... ».
Ma qui lapidano il capo...
«La lapidazione del capo è uno dei vecchi vizi nazionali cui certo non voglio unirmi».
Abbassiamo i toni, predica lei da qualche giorno.
«Sì, l’errore principale è che il nostro partito non sa discutere pacatamente... ».
Ma c’è un male oscuro? Tutta colpa del referendum? Della frattura laici-cattolici? O della paura del partito unico?
«Sono molto scettico di poter realizzare il partito unico prima delle elezioni. Penso però che si possa averlo come prospettiva, lavorando su livelli intermedi, tipo la federazione. Rilevo anche la necessità elettorale di tenere vivi tutti i simboli della nostra coalizione. Non c’è tempo materiale per presentarci con un soggetto unico».
Però Fini pare muoversi già secondo questa prospettiva.
«Mah, non credo. A domanda precisa, Gianfranco ha escluso che la sua posizione sul referendum sia stata determinata da una logica di posizionamento. È stata una presa di coscienza personale, nella quale ha contato qualche inadeguatezza di comunicazione... ».
In che senso?
«Avevamo deciso di fare tutti un passo indietro sul referendum, di non mettere il partito in primo piano, anche per sventare tentativi demagogici. Poi l’indiscrezione sul voto di Fini, la necessità del leader di parlarne ancora e precisare... ».
Si riferisce alle malignità sulla Prestigiacomo?
«Le ripeto che non faccio gossip. Fatto sta che questo ha finito per amplificare un disagio che in realtà attraversa tutto il Paese. L’economia per un verso, la politica per l’altro, in entrambi gli schieramenti. In questo disagio generale, anche un altro fattore ha contribuito ad amplificare quello di An... ».
Quale?
«Il cambio di Gasparri al governo e il successivo invito a sciogliere le correnti. Aver cominciato a smantellare questo meccanismo anche regolatore della vita interna del partito, senza aver cominciato a introdurne uno nuovo, ha accresciuto la già forte fibrillazione».
Tutta scaricata su Fini, però.
«Sì, tutti contro Fini. Ma è con Fini e grazie alla sua leadership che siamo diventati una destra moderna e democratica. Una storia che non si può prendere a spicchi. Ce l’abbiamo fatta, oggi il nostro leader è rispettato e va in giro per il mondo come rappresentante della diplomazia italiana. Penso che bisognerebbe ripartire da qui».
Ripartire da Fini?
«Storace, toni a parte, ha ragione a chiedere “Gianfranco, dove ci porti?”. Ma io cambierei la domanda e la rivolgerei al partito: “Ragazzi, dove andiamo?”. Siamo arrivati insieme dove siamo arrivati, siamo una destra europea, di governo, forte. Forse abbiamo tardato troppo a far partire la riflessione. È il momento di una nuova Fiuggi, di una destra che ridefinisca la propria identità, partendo dai valori certi quali la famiglia, l’ordine, la sicurezza, il merito, la nazione... ».
Al momento sembra soprattutto una destra clericale.
«No, credo che una sintesi tra guelfi e ghibellini, che appartengono alle radici storiche del Paese, l’abbiamo già fatta. Non trovo scandaloso che le posizioni non siano uniformi... ».
Eppure quando Fini ha parlato da statista, limitandosi a ribadire che per uno Stato laico l’astensione, la non partecipazione, è «diseducativa»...
«Io non l’avrei detto e forse non era il caso... Però è una sua valutazione che non impegna nessuno e bene ha fatto a chiarire che non è offensiva nei confronti di nessuno, anche se rischia di sembrarlo. È importante invece che abbia ribadito che astenersi è legittimo».
Lei non lo farà.
«Io ho preferito non dare nessun peso alla mia scelta personale. Due sì e due no».
Una scelta tiepida, di fronte a un partito in ebollizione...
«Dobbiamo riuscire a far diventare la fibrillazione un carburante per il nostro motore e la nostra identità. An dà il meglio nei momenti difficili e il peggio quando la linea è piatta, quando non c’è reazione e il partito non risponde».
E se poi vince Fini con il sì?
«Mica significa aver ragione. Calcoli del genere meglio non farli. Certo, ci saranno riflessi politici, ma di sicuro la sinistra non potrà impossessarsi della vittoria».