RUSSELL BANKS America oggi La caduta degli angeli

Perdizione e riscatto, grandi fallimenti e brevi trionfi: ecco il cuore di un Paese dove chi cade può sempre rialzarsi

Per capire Russell Banks, nato nel 1940 a Newton, Massachusetts, autore dei racconti compresi in L’angelo sul tetto (Einaudi, pagg. 224, euro 10; a cura di Mattia Carratello, traduzione di Norman Gobetti), credo sia necessario riflettere sul senso intimo della letteratura americana moderna che, nel momento in cui annuncia, a trombe spiegate, la perdizione interiore, assai raramente dimentica di proclamare, sia pure nei modi singolari che le sono consueti, il riscatto spirituale. E così noi dobbiamo sempre ricordare che l’Ismaele di Melville alla fine si salva, il Tom Sawyer di Mark Twain torna a casa e perfino la morte di Jay Gatsby di Francis Scott Fitzgerald non è a fondo perduto perché insegna qualcosa di essenziale a Nick Carraway.
Fra i dieci brani compresi in L’angelo sul tetto ce n’è uno intitolato Regina per un giorno nel quale si riassume il senso di tutti gli altri. Un padre lascia la famiglia con moglie e figli. Forse ha un’altra donna lassù, nella misteriosa città dove andrà a stabilirsi. Poi chiama al telefono dopo tanto tempo. Gli risponde Earl, il figlio più svelto, che lo inchioda alle sue responsabilità. Era un tema difficile da svolgere sul motivo canonico dei fili spezzati, della fiducia tradita. L’esecuzione risulta perfetta. Ecco un cantore lucidissimo, viene da dire, senza rincalzi lirici, di una terra ricca e desolata, selva di percorsi smarriti, fiera delle occasioni perdute, fucina di talenti sprecati, che sempre più, rispetto ai trionfi vitalistici novecenteschi, assomiglia alla chitarra dalla corda rotta abbandonata in cortile da un musicista geniale ma negligente. A un certo punto leggiamo che la passione senza desiderio potrebbe di fatto essere uno stupro. I personaggi di questo scrittore, vittime e carnefici, esercitano o subiscono proprio tale azione meccanica: lo fanno come se fossero spinti da una dolorosa coazione a ripetere. Pare che il margine di autonomia che il libero arbitrio consente loro di praticare sia davvero esiguo. Nel racconto d’esordio Merle Ring, solitario pescatore nel lago ghiacciato, vince cinquantamila dollari alla lotteria. Quelli del paese gli sottraggono, con varie scuse, tutto il denaro. Il derubato, invece di protestare, china il capo quasi fosse un agnello sacrificale. In un altro potente tassello narrativo Ronald, bello come potrebbe essere un attore, s’innamora di Sarah Cole, una donna brutta che diventa splendida solo quando lui, dopo averla usata, la licenzia insultandola.
Russell Banks arriva fin sul ciglio del burrone dei sentimenti umani, là dove Raymond Carver, che pur essendo scomparso nel 1988, era di soli due anni più vecchio, aveva eletto la sua dimora narrativa. Invece di evitare la visione tragica che lo attende, Banks ne è attratto, come in Pianure di Abramo, altro pezzo forte della raccolta: un addio amoroso sullo sfondo di una impossibile felicità.
Abbiamo appreso l’amara diagnosi esistenziale siglata nella sua opera più celebre, anche per la trasposizione cinematografica di Atom Egoyan, Il dolce domani: in quel romanzo, che non a caso entusiasmò Gustav Herling, esperto conoscitore delle inclinazioni pericolose che costituiscono una speciale prerogativa della nostra specie, andava in scena il male umano. Ma se gli individui vengono rappresentati come un’epidemia cosmica e le civiltà che ne derivano non sono altro che uno spregevole concentrato di vermi, sembra lecito chiedersi: perché Russell Banks torna a rimestare, ancora una volta, nella vecchia ferita che Franz Kafka scoprì con raccapriccio e meraviglia dentro il nostro cuore?
Secondo lui c’è qualcosa di prezioso in chi perde. Negli Stati Uniti si chiamano trailers, quei campi sosta semipermanenti, città ambulanti poste ai margini dei deserti, in riva a qualche lago, oppure alle pendici di aspri rilievi, dove, nella completa indifferenza della meravigliosa natura circostante, abitano, sistemati come meglio possono nei caravan mangiati dalla ruggine, gli sconfitti del sogno americano. Spesso, alla maniera del protagonista della Sera dell’Aragosta, ucciso forse per sbaglio dalla ragazza che avrebbe voluto amare, sono ex eroi degli anni Sessanta: hanno il cane, i tatuaggi, la barba lunga e la coda di cavallo: nel caso tu li interrogassi, saprebbero spiegarti per filo e per segno la battaglia di Da Nang a cui parteciparono quando erano giovani in Vietnam. Eppure se una loro vecchia fiamma comparisse all’improvviso dopo tanti anni, non troverebbero nemmeno il coraggio necessario per baciarla. Accade così nel racconto intitolato Il moro. «Mi resta solo ciò che ho davanti, decido, e mentre guido nella neve non sembra restarmi molto, eccetto le attenzioni che mi sono appena scambiato con una vecchia signora, perciò decido di concentrarmi su quelle».
Chi ha pronunciato queste frasi comunque sopravvive, continua a prosperare in una segreta letizia. E allora dove dobbiamo indagare? Fuori o dentro di noi? È una distinzione impossibile. Possiamo soltanto difenderci prevedendo per il futuro che incombe sicure traversie: si chiameranno figli perduti, genitori incompresi, lavori sbagliati: di questa pasta - lascia intendere Russell Banks - siamo fatti e ci nutriamo. Ma c’è di più: se saremo stati bravi, nonostante tutto, potremo ripartire scaricando per sempre dietro le spalle le false immagini di noi stessi che ci hanno trascinato nel fango. Solo a quel punto saremo disposti a identificare nella melma che ora ci imprigiona il valore supremo e imprevedibile della vita.