Russell Crowe atteso «Cenerentolo» nel Festival che fa spazio all’horror

Anche se fuori concorso «Cinderella Man» col popolare divo americano è un evento della rassegna che si apre oggi con «Seven Swords» e «The Fine Art of Love». Ammessi per la prima volta i film di paura

Maurizio Cabona

da Venezia

La Mostra di Venezia ha meno film che l’anno scorso: bene. Meglio: ha meno grosse produzioni hollywoodiane finto-autoriali, quelle che l’anno scorso avevano preferito il Lido alla Croisette per dispetto a Chirac.
Concorrono Avati, Botelho, Cantet, Chéreau, Clooney, Cristina Comencini, Faenza, Ferrara, Garrel, Gilliam, Ang Lee, Madden, de Oliveira, Park Chan-wook, Turturro e Zanussi, tutti «registi da festival»; episodicamente lo è stato anche Stanley Kwan; e se Aleksey German jr., ventinovenne, ha un curriculum festivaliero sottile, denso è è quello del padre, Aleksey German sr. Solo il televisivo Meirelles fa la figura dell’intruso nel circolo di chi o partecipa a Venezia o partecipa a Cannes o partecipa a Berlino. Più «mosso» il giro dei registi di film fuori concorso. È uno di questi ad aprire oggi la Mostra, Seven Swords («Sette lame») di Tsui Hark, un tempo produttore di John Woo. Stupore e costernazione hanno destato questa scelta. Ma molto è cambiato dal 1932 in cui la Mostra nasceva per accogliere esempi di «arte cinematografica», come da ragione sociale. Col capitalismo in crisi ci si aggrappava all’estetica; col capitalismo in auge ci aggrappa all’economia...
Agli antipodi di Seven Swords dovrebbe essere The Fine Art of Love («La fine arte dell’amore») di John Irvin, altro film di oggi. Altalenante regista inglese chiamato a mettere in immagini un’opera di Wedekind, Irvin s’è occupato della guerra del Vietnam in uno dei suoi film migliori (Hamburger Hill) e del terrorismo internazionale in uno dei peggiori (Il quarto protocollo). Per la collocazione in apertura, Seven Swords e The Fine Art sono molto chiacchierati, ma anche di pettegolezzi vive la Mostra.
Sempre fuori concorso, ma indiscusso per quanto lento e ampolloso, è Cinderella Man («Cenerentolo») di Ron Howard, che schiera Russell Crowe nel ruolo del reale pugile Braddock e Renée Zellwegger come sua moglie in una storia ambientata negli Stati Uniti proprio quando a Venezia il conte Volpi fondava la Mostra per attirare al Lido i turisti americani che la Grande depressione aveva decimato. Fra i personaggi reali del film, Primo Carnera al momento della crudele sconfitta contro Max Baer.
Ordinaria amministrazione anche l’inserimento di un fortunato mediocre come Lasse Hallstroem con Casanova, argomento considerato veneziano, o di Tim Burton con Corpse Bride («La sposa cadavere»), in cui il regista riprende la vena macabra di Nightmare Before Christmas.
L’insolito di questa Mostra è però soprattutto aver inserito nella rassegna principale, fuori concorso, un epigono di Jess Franco, Jaume Balaguerò, con Fragile; un devoto lovecraftiano, Stuart Gordon, con Edmond; e un epigono del Landis del Lupo mannaro americano a Londra, Neil Marshall, con The Descent («La discesa»). Sono film d’orrore e dintorni che la Mostra ammetteva, se li ammetteva, solo isolatamente. Dopo la Mostra dei malati (l’anno scorso nei film ce n’erano da colmare un policlinico), ecco la Mostra dei mostri. Nel tacito ciclo che si potrebbe intitolare «Il pubblico lo vuole», rientra Initial D di Andrew Lau e Alan Makl, ispirato a una serie di fumetti manga; completerà il ciclo hongkonghese aperto da Seven Swords. Non saranno capolavori, ma non faranno dormire sulla poltrona.
A giudicare anche delle trame dei film nella rassegna parallela «Orizzonti», quello del «meno noia» pare un orientamento della Mostra. Diceva Raoul Walsh: «Un film è una storia, è una storia, è una storia». Trovarne una insolita è già mezza riuscita per chi la racconta. Potrebbe valere anche per il film con Björk, Drawing Restraint 9 («Divieto di pesca 9») di Matthew Barney, ma altresì per i documentari Pervye na lune («Primi sulla luna») di Alexei Fedorcenko, Workingman’s Death («Morte dell’operaio») di Michael Glawogger, Die Grosse Stille («Il grande silenzio») di Philip Gröning e Vokaldy paralelder («Paralleli vocali») di Rustam Khamdamov. O dell’idea - venuta a Paul Morissey e Bernd Böhm - di raccontare la vita di Verushka (von Lehndorff), che non è stata solo un susseguirsi di sfilate, sebbene lei sia stata una delle indossatrici più celebri del ’900, fino a impersonare se stessa in un «film da festival» (Cannes, in quel caso) per eccellenza, come l’antonionano Blow Up.