Russell, il regista che portò il cinema al delirio

Delirante. Per chiunque altro non poteva essere un complimento, per lui sì. Ken Russell se n’è andato domenica, dimenticatissimo. Succede anche ai grandi, quando spariscono dalla scena con troppo anticipo. Aveva 84 anni, ma da almeno trentacinque non girava più un film decente. Aggettivo peraltro ben poco in linea con le sue opere, quasi sempre definite, non senza ragione, indecenti. Nato a Southampton, Inghilterra, nel 1927, fece un po’ di tutto, pilota della Raf compreso, prima di approdare al cinema, attraverso la fotografia.
Si mise presto in luce con aggressivi documentari su celebri musicisti, da Debussy a Strauss, per loro fortuna già defunti, e anche per la sua, dato che non erano più in grado di querelarlo. Già controcorrente dunque, anche se non ancora genio. Il talento registico non luccicò subito, anzi: Il cervello da un milione di dollari, che Russell diresse nel ’64, nonostante la presenza del connazionale Michael Caine, è un thriller fantapolitico dove si capisce poco e quel poco è di un’assurdità totale. Memorabile solo per la partecipazione di Françoise Dorleac, la bellissima sorella maggiore di Catherine Deneuve, morta in un terribile incidente stradale alla fine delle riprese. Lutto che costò al regista anche la patente, mai definitivamente ritirata, di menagramo.
La fama, ovvero lo scandalo, che tanto gli premeva, arrivò nel 1969 con Donne in amore, grazie soprattutto alla scena in cui Oliver Reed e Alan Bates si avvinghiano sulla neve, nudi, pronti a tradire da fieri anticonformisti le rispettive compagne. L’anno dopo, ecco lo sconcio numero due: L’altra faccia dell’amore, dove il pesce lesso Richard Chamberlain diventa Caijkovskij, sposato (a una donna), ma ostinatamente gay. Terzo inno alla trasgressione I diavoli del 1971, in cui il recidivo Oliver Reed, trasformato in prete nella Francia puritana di Richelieu, si diletta con fanciulle di approssimativa virtù. Un comportamento, spacciato per stregoneria, che al personaggio costò il rogo e al poeta e critico di Avvenire, Giovanni Raboni, reo di aver esaltato l’empia pellicola, il posto al giornale.
Poi cominciò il declino, con la fantasmagorica opera rock Tommy (1975), di un kitsch raccapricciante e con il tormentato Stati di allucinazione. Un titolo, un presagio.