La Russia antisovietica del prode Barshai

Stringere la mano al direttore d’orchestra Rudolf Barshai, uomo del Caucaso, classe 1924, vuol dire connettersi virtualmente con il Novecento russo. Con i compositori e gli interpreti cresciuti a est della «cortina di ferro» e che lui contribuì a far conoscere in Occidente dopo l’approdo-fuga in Israele, nel 1977. Le sue letture sono dunque autentiche, di prima mano. Perché fu naturale per lui suonare (è stato anche splendido violista) o dirigere pagine di Sostakovich con l’autore stesso, nonché maestro di composizione, al pianoforte. Intrattenne un simile rapporto con Prokofiev. E ora, dall’alto dei suoi 84 anni, non smette i panni del paladino dei musicisti vessati da purghe e censure sovietiche. Il caso emblematico di Alexander Lokshin (1920-1987), compositore che lo stesso Sostakovich dipinse come il Beethoven del Novecento, definendolo un genio di cui apprezzava «l’intelligenza, le potenzialità artistiche, l’umiltà». E una integrità che spinse Lokshin a rinunciare ad abiure e compromessi, scelte eroiche pagate con il prezzo del più totale isolamento. Solo ora si scoprono le carte. Barshai, con orgoglio russo, stasera (ore 20.30), domani (ore 20) e domenica (ore 16), propone a Milano, in prima nazionale, la partitura di Lokshin «Gretchens Gesänge», sul podio dell’Orchestra Sinfonica di Milano, nell’Auditorium in Largo Mahler, in una serata che chiude - simbolicamente - con la Terza Sinfonia «Eroica» di Beethoven. Gretchens Gesänge, tratta dal Faust di Goethe, solo dieci anni fa, è stata riportata in vita, a Colonia, e sempre sotto la bacchetta di Barshai. Barshai, l’interprete-vate di Sostakovich, si è formato in una scuola, il conservatorio di Mosca, dove il curriculum includeva i classici corsi di armonia, letteratura musicale, storia della musica nonché marxismo-leninismo. Come la pensi di Putin, Eltsin, su su fino a Lenin, non è dato di sapere, perché sollecitato sul tema Barshai diventa laconico: pare di cavare sangue a una pietra. Alla polemica, preferisce una risposta sul campo, rendendo giustizia a chi non l’ha avuta.