Russia, la corsa di Medvedev Anche la sua vodka va a ruba

nostro inviato a Mosca
La vodka, in un Paese come la Russia, non mente mai. Lo sa bene l'ultimo leader sovietico, Mikhail Gorbaciov, che alla fine degli anni Ottanta cercò di limitarne il commercio per combattere l'alcolismo e perse irrimediabilmente la popolarità. Putin è quasi astemio, ma dal Duemila ad oggi si è ben guardato dal contrastare un'usanza radicata nei secoli. Domenica si vota per le presidenziali e l'esito è scontato: il delfino designato, Dmitri Medvedev, vincerà trionfalmente. Ma l'attenzione di tutti è rivolta al dopo: la maggior parte degli analisti politici è convinta che il nuovo capo di Stato sarà niente più che una marionetta nelle mani di Vladimir. Eppure l'indicatore che batte sistematicamente i sondaggi, il «vodkometro», è in decisa controtendenza. E per averne la prova basta entrare in un supermercato, dove le vendite di «Putinka», la marca che porta il nome del leader uscente, fino a poche settimane fa popolarissima, stanno crollando, al punto da indurre i gestori a tagliare i prezzi del 25% nel tentativo di smaltire gli stock invenduti. E questo in un Paese dove l'inflazione galoppa oltre l'11%; mentre le quotazioni del nuovo capo del Cremlino sono alle stelle.
L'Ufficio federale dei registri è stato sommerso di richieste per registrare superalcolici con il nome «Medved» (che in russo significa orso) e qualche produttore sta già rifornendo il mercato con bottiglie di produzione illegale, che vanno a ruba. L'interpretazione è inequivocabile: il russo medio non crede all'ipotesi di uno zar ombra e ritiene che Medvedev sarà un leader a tutti gli effetti.
L'era di Putin - in vodka veritas - starebbe per concludersi, anche se, per ora, il successore fa di tutto per mascherare le proprie intenzioni e anzi si sforza di assomigliare sempre più al suo mentore. Cammina come lui, parla come lui, ragiona come lui. Un clone, se non fosse per il colore dei capelli (uno è biondo e l'altro castano) e per gli oltre 10 anni di differenza. Il ragazzo ha doti da mimo, come dimostra una foto pubblicata dal Moscow Times in cui i due compiono esattamente lo stesso gesto, fianco a fianco: appena seduti in mezzo a un gruppo di bambini durante una cerimonia pubblica, si sbottonano la giacca usando la mano sinistra e appoggiando la destra, con il pugno semichiuso, sulla coscia. La cadenza dei discorsi di Dmitri è uguale a quella di Vladimir: accentua la prima sillaba di ogni parola concedendosi pause per enfatizzare i concetti più importanti.
Gli specialisti della comunicazione, come Serghei Markov, gli hanno insegnato a rafforzare il tono della voce per apparire duro e determinato, come piace ai russi; che infatti apprezzano: l'82% approva il suo operato da vice primo ministro (la sua carica attuale), mentre il presidente uscente si ferma al 71%. Insomma, la copia piace più dell'originale; perlomeno fino a lunedì. Una volta intascato il mandato popolare, Medvedev potrebbe mostrare il suo vero volto e, progressivamente, rinnegare il proprio padrino, come d'altronde fece lo stesso Putin otto anni fa con Eltsin. Anche allora si diceva che lo sconosciuto Vladimir sarebbe stato manovrato dal clan di quello uscente. Ma dopo poche settimane si mise a comandare sul serio.
Di certo Medvedev dovrà affrontare un contesto internazionale non facile. Nelle élites del Paese dilaga la psicosi Kosovo. Fino a poche settimane fa lo stesso Putin era convinto che gli Usa stessero preparando una rivoluzione popolare a Mosca, come quelle arancione in Ucraina e rosa in Georgia. Ora il quadro è mutato. «Ci sono tanti altri modi per rovesciare in modo incruento un regime, ad esempio fomentando le tensioni etniche o le spinte separatiste di alcune regioni», dichiara al Giornale il politologo Serghei Kara-Mourza. E ai piani alti del Cremlino l'indipendenza accordata dall'Occidente al Kosovo suona come un pericoloso precedente per una Russia che è più fragile di quanto si pensi: ha un territorio enorme, frazionato in decine di repubbliche e province autonome, ma la popolazione è in drastico declino e nell'estremo oriente intere zone stanno diventando cinesi. E la Russia da tempo non si fida più degli Usa.
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