La Russia dà un’altra spallata al disarmo

Mosca considera comunque «aperta la porta al dialogo» La Nato: «Il passo del Cremlino va nella direzione sbagliata»

Tutto per uno scudo. Bush lo vuole, Putin no. A inizio luglio i due leader si erano incontrati nel ranch del presidente americano per stemperare i toni di una polemica che ha fatto precipitare i rapporti tra Usa e Russia al livello più basso dal crollo dell'Unione sovietica. Ma quei colloqui evidentemente non sono serviti a rassicurare il capo del Cremlino, che ieri ha firmato un documento con cui sospende la partecipazione al Trattato sulle forze convenzionali.
Le modalità sono sensazionali, come Putin ci ha abituati negli ultimi tre anni. Quel Trattato, firmato nel 1990, serve a limitare la quantità di carri armati, di mezzi blindati, di aerei da combattimento, di elicotteri di attacco e dell'artiglieria a disposizione dell'Armata Rossa e della Nato. In teoria la rinuncia a questi accordi potrebbe significare l'inizio di una nuova corsa al riarmo, tanto più che il presidente russo ha addotto «circostanze eccezionali che mettono in pericolo la sicurezza» del suo Paese. In realtà poco cambierà concretamente, perché quel protocollo è sospeso dal 1999 e non sono bastati otto anni per permettere agli esperti di Mosca e di Washington di trovare un compromesso.
Questo spiega perché la risposta del Patto atlantico è stata tutto sommato moderata. Certo, da Bruxelles i portavoce definiscono «un passo nella direzione sbagliata», la decisione del Cremlino e annunciano per domani una riunione degli Paesi membri della Nato per esaminare la situazione, ma evitano toni da guerra fredda. Significativamente anche gli esperti russi rinunciano ad esasperare i toni. Il viceministro degli Esteri Sergei Kislyak ha dichiarato che «la porta del dialogo resta aperta».
La questione, dunque, è politica e riguarda lo scudo spaziale. I termini sono noti: Bush vuole creare una barriera missilistica planetaria che prevede installazioni in Alaska, California, Groenlandia, Regno Unito e, nell'Europa continentale, in Polonia e nella Repubblica Ceca. L'obiettivo è di intercettare eventuali minacce balistiche provenienti da Paesi come Iran e Corea del Nord. La Casa Bianca assicura che la misura non è concepita in contrapposizione alla Russia, ma Putin non gli crede. Anzi, è persuaso che quei missili possano essere usati un giorno contro Mosca e teme che il radar al confine serva soprattutto per operazioni di spionaggio. In primavera aveva accusato Washington di condurre una politica estera simile a quella del Terzo Reich, poi ai primi di giugno aveva minacciato di puntare missili nucleari a testata multipla contro città occidentali se gli Usa non avessero rinunciato ai loro piani. Infine, durante il vertice del G8, il capo del Cremlino aveva proposto agli americani di creare uno scudo comune in Azerbaigian, cogliendo tutti di sorpresa. Ma questa volta era stata Washington a dire di no, sostenendo che questa soluzione non avrebbe avuto la stessa efficacia tecnica di quella polacca.
Con l'annuncio di ieri Putin vuole dimostrare a Bush che la Russia arrendevole e facilmente aggirabile tipica dell'era Eltsin e dei primi anni Duemila non esiste più. Esige rispetto e considerazione. Di certo i mezzi non gli mancano: il boom dei prezzi petrolio e delle materie prime hanno reso Mosca improvvisamente ricca e più che mai determinata a riconquistare il prestigio internazionale, se non come superpotenza perlomeno alle porte di casa. Si spiega così la rivincita in Ucraina, la guerra telematica lanciata contro l'Estonia, le nuove alleanze nei Paesi asiatici dell’ex Urss. Il Cremlino non perde occasione per infastidire e possibilmente ricacciare gli americani lontano dai propri confini. Non è un caso che le trattative sul Trattative delle forze convenzionali si sono arenate sul ritiro dell'Armata Rossa dalla Georgia ovvero da un Paese che con la “rivoluzione rosa“ del 2003 si era sottratto all'influenza russa, entrando nell'orbita americana.