Da Russia e Turchia schiaffi a Washington

Mosca ora mette in discussione l’accordo sui missili a medio e corto raggio

Un calcione da Erdogan, uno schiaffo da Putin. E l’America s’accorge di essere improvvisamente fragile, di non essere più temuta come un tempo. La lezione irachena è stata, purtroppo, imparata dalla comunità internazionale: finiti i tempi degli Usa gendarmi nel mondo, ora è possibile tener testa alla superpotenza. Evidentemente non è bastato il successo diplomatico con la Corea del Nord per ridare a Washington il prestigio perduto. E nemmeno il recupero in Ucraina, per il tramite della coalizione arancione che ha vinto le recenti elezioni legislative. Anzi, proprio gli sviluppi di Kiev inducono la Russia a irrigidirsi ancor di più con gli Stati Uniti.
L’incontro bilaterale svoltosi ieri a Mosca è fallito, come peraltro ci si aspettava. Ma più che le parole, questa volta hanno pesato i gesti. E quello compiuto da Putin ha il sapore del disprezzo. Il presidente russo aveva in programma un incontro con il segretario di Stato Condoleezza Rice e con il capo del Pentagono, Robert Gates, per due giorni in vista ufficiale; ma anziché riceverli al Cremlino, come si conviene in questi casi, li ha convocati nella sua dacia di Novo-Ogaryovo, alle porte della capitale. E qui ha fatto fare loro anticamera, come fossero sudditi supplicanti ai tempi dello zar, anziché i rappresentanti della più grande potenza mondiale.
Quando li ha ricevuti, con parecchi minuti di ritardo, ha opposto loro una raffica di rifiuti. «Niet» allo scudo spaziale che gli americani intendono creare nell’Europa dell’est, proprio ai confini della Russia. «Niet» alla ripresa del Trattato sulle forze convenzionali, sospeso qualche mese fa proprio per ritorsione contro il progetto di Washington. «Niet» a qualunque gesto conciliante. Anzi, la Rice e Gates se ne tornano a casa con una rogna in più: Mosca non esclude di chiedere ad altri Paesi di sottoscrivere il Trattato Inf che limita i missili nucleari a medio e corto raggio in Europa.
Una richiesta in apparenza innocua, in realtà astuta, perché rivolta anche alla Repubblica Ceca e alla Polonia ovvero ai due Stati dove Washington intende installare lo scudo spaziale, che in caso di firma diventerebbe irrealizzabile. Risultato: Washington e Mosca torneranno a dialogare su questo tema non prima di sei mesi. Evidentemente non hanno più nulla da dirsi.
Nel frattempo si profilano altri motivi d’attrito. Uno su tutti: l’Iran, che il Cremlino continua a difendere. La minaccia della bomba atomica? Poco più che un’ipotesi. Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha dichiarato che il governo russo «crede molto nel proseguimento delle relazioni diplomatiche con Teheran» e ritiene «che sia necessario un suo maggior coinvolgimento nella comunità internazionale», come peraltro dimostrerà lo stesso Putin recandosi la settimana prossima in visita ufficiale in Iran, dove stringerà la mano al presidente Ahmadinejahd, per la rabbia di Bush.
Quello russo, però, non è l’unico grattacapo per il capo della Casa Bianca. La vera urgenza, in queste ore, è turca. E per una questione ben più seria dei dissapori provocati dalla risoluzione sul genocidio armeno approvata dalla commissione Esteri della Camera. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan è sempre più deciso a lanciare un’offensiva militare contro i «ribelli curdi» nel nord dell’Irak. E Washington trema. Perché questa è stata finora una delle poche zone relativamente tranquille del Paese liberato nel 2003 da Saddam Hussein e perché un attacco creerebbe una situazione imbarazzante tra due Paesi della Nato, considerato che anche l’esercito Usa è presente in quelle zone.
Bush sta cercando in queste ore di indurre alla ragionevolezza il premier turco, che però è sotto pressione da parte delle forze armate, decise a vendicare l’uccisione di tredici soldati in un’incursione dei ribelli secessionisti del Pkk avvenuta sei giorni fa vicino al confine. Nei mesi scorsi i generali avevano dato prova di moderazione, dando credito a Washington che aveva promesso di tenere a bada le milizie armate curde nel nord dell’Irak. Ma ora non intendono fermarsi.
La decisione verrà presa la settimana prossima dopo il voto del Parlamento, chiamato ad autorizzare missioni all’estero; ieri però Erdogan ha rilasciato dichiarazioni molto dure. «Se tale opzione sarà presa, siamo pronti a pagarne il prezzo, qualunque sia», ha dichiarato ai giornalisti. «Dovremo valutare i pro e i contro, ma prima di tutto vengono i nostri interessi nazionali», ha aggiunto, rintuzzando le critiche americane: «Hanno per caso cercato il permesso di qualcuno, quando da oltre diecimila chilometri di distanza sono venuti a colpire l’Irak? Non abbiamo bisogno dei consigli di nessuno». Guai in vista. Non a caso il petrolio è schizzato a 84 dollari, nuovo record storico.
http://blog.ilgiornale.it/foa