Russia, il genio della matematica "snobba" un milione di dollari

Il russo Perelman rifiuta un premio prestigioso e si disinteressa
perfino dei soldi. Celebre per la sua eccentricità, l'aveva già fatto in passato

Già tutto questo clamore l’ha infastidito. La curiosità l’ha circondato, suo malgrado ha socchiuso la porta di casa e ha bofonchiato: «Ho tutto quello di cui ho bisogno». E poi basta. Sigillato e nascosto come prima. Grigoriy Perelman è un genio, la comunità dei matematici cerca di gratificarlo con riconoscimenti ambiti, di attirarlo con premi a sei zeri. Ma nessuno riesce a stanarlo dal buco in cui vive, alla periferia di San Pietroburgo. Ora ci provano i colleghi americani del Clay Mathematics Institute di Cambridge: gli hanno assegnato un milione di dollari per aver risolto la congettura di Poincaré, uno dei sette «problemi del millennio» che tormentano gli scienziati da anni. L’occasione ci sarebbe tutta, la cifra pure, ma a giugno, per la cerimonia, non ci sarà lui: Perelman preferisce restarsene tumulato nel monolocale, con la compagnia degli scarafaggi piuttosto che con quella degli uomini. Non si sa neppure se accetterà i soldi.

I colleghi dell’istituto Clay si mostrano impassibili, il presidente James Carlson invoca la privacy del genio. Certo è già tanto che sia riuscito a scambiare due parole alla cornetta con l’inafferrabile Perelman: «Gli ho parlato qualche giorno fa, per dirgli del premio. Mi sembrava contento, ma ha detto che probabilmente non verrà a ritirarlo». Insomma niente da fare. E i soldi? «Se li accetta sono comunque suoi. Ha detto che ci penserà» spiega Carlson. Al telefono da Cambridge non nasconde l’entusiasmo: «Sarebbe meraviglioso se venisse e raccontasse al mondo come è arrivato a questa soluzione straordinaria. Ma non credo che lo farà. Ed è davvero un peccato, perché potremmo dover aspettare ancora moltissimi anni prima che un altro “problema del millennio” sia risolto». La statistica in effetti non è favorevole: è il primo mistero sviscerato dei sette in lizza, e ci sono voluti 99 anni.

Perelman però non ha tempo per queste minuzie, nemmeno per ritirare il suo milioncino, anche se vive e veste come un barbone. Perelman ha detto: «Il denaro e la fama non mi interessano. Non voglio essere mostrato pubblicamente, come un animale in uno zoo». Questo per giustificare la sua assenza alla cerimonia di Madrid del 2006, in cui i colleghi avrebbero tanto desiderato assegnargli la medaglia Fields. E invece anche lì, niente. Altri muoiono dalla voglia di appuntarsi al petto la prestigiosa Fields. Non Perelman. Che dice di disprezzare la fama, ma così la alimenta e la trasforma in leggenda. Che snobba gli uomini, ed è inseguito più di ogni altro collega. È da otto anni che il suo lavoro affascina matematici e curiosi: nel 2002, quando lavorava all’Istituto di matematica Steklov di San Pietroburgo, Perelman cominciò a diffondere le sue ricerche su internet. Sosteneva di aver risolto la congettura di Poincaré, che riguarda la comprensione degli spazi tridimensionali (e quindi della forma dell’universo). Gli altri scienziati hanno capito che era vero: Perelman era riuscito dove tutti loro avevano fallito.

Non sapevano, allora, che lui è diverso in tutto. Che nel 2005 si sarebbe dimesso dall’istituto Steklov, che avrebbe abbandonato la ricerca. Che si sarebbe rintanato nei suoi pochi metri quadrati con la madre anziana, rifiutando la vita ad appena quarant’anni. Oggi ne ha 46 e la musica è sempre quella: niente lavoro, niente amici, niente contatti col mondo esterno che gli ricorda tanto uno zoo. Anche New York, molti anni prima, gli era parsa pericolosa: nel 1982 gli era stata offerta una borsa di studio per l’America. Non si è mosso da San Pietroburgo. Ha rifiutato così la medaglia Fields: «Per me è del tutto irrilevante. Se la soluzione è quella giusta, non c’è bisogno di altri riconoscimenti». Dicono mangi solo rape e cavolo nero, indossa scarpe da basket sfondate, jeans sporchi, giacche trasandate. Il suo barbone alla Rasputin è stato immortalato una volta da un blogger nella metropolitana di San Pietroburgo. Perché si è ridotto così? Per amore, dicono alcuni. Per amore della matematica, la musa che forse l’ha tradito. Perciò avrebbe chiuso con l’istituto Steklov. O forse lui ha fatto un torto alla sua amante, risolvendo un problema insolubile. E lei si è vendicata, lasciandolo solo. «Non sono un eroe della matematica» ha detto, con la malinconia di un uomo sedotto e abbandonato. Infelice per colpa di una congettura.