La Russia ringrazia gli americani E Anastasi non consola la Spagna

Holden&Blatt rilanciano gli ex sovietici nel basket. Gli iberici sotto choc snobbano l’impresa del volley con il ct italiano

da Madrid

Due secondi e trentasette centesimi. In quindicimila non hanno più saliva, i pochi tifosi russi chiudono gli occhi. Zapatero perde il controllo di fianco al Principe delle Asturie che ha già capito, come l'autista del pullman scoperto, preparato dopo 20 minuti di partita, che avrebbe dovuto portare in giro per la città la Spagna per la prima volta campione d'Europa di baloncesto, l'epilogo triste di una notte senza fiesta. Succede quando esageri nel preparare i fuochi d'artificio. Ti scoppiano in mano.
Jeiare Holden nato sotto il segno del leone a Pittsburgh, Pennsylvania, Stati Uniti, lama di Toledo nel finale che ha fatto piangere la Spagna, l'americano silenzioso che grazie a Putin, al presidente del Cska dove gioca da 5 anni, al sindaco di Mosca, al segretario della Difesa, è diventato cittadino russo, almeno fino al 2040 se lo vorrà, attacca la porta di Alcalà dove Pau Gasol non sa più cosa fare. Canestro, partita, titolo.
Il nero che ha trovato un alleato imprevisto in Anton Ponkrashov, pochi minuti in campo prima della finale, biondo di San Pietroburgo, ventunenne dal fisico bestiale che ha cancellato il sole dagli occhi di Calderon e degli altri esterni di Pepu Hernandez, corre verso il bordo del campo e finisce fra le braccia di David Blatt, americano israelita di Artigat, cresciuto a Princeton, diventato allenatore alla scuola del Maccabi Tel Aviv, nato nel 1959, guarda caso il 22 maggio, giorno in cui, tredici anni dopo la sua nascita, il presidente Nixon fece la prima visita ufficiale di un presidente americano in Russia, campione di superlega europea con la Dinamo di San Pietroburgo, vincitore dello scudetto per la Benetton nell'anno dei tormenti e degli scandali.
Come cambiano i tempi e nessuno avrebbe immaginato che questi due americani avrebbero portato la gente in piazza per le strade di Mosca dove soltanto qualche ora prima la Spagna della pallavolo, allenata dell'italiano Anastasi, aveva capovolto la storia e le gerarchie dando il primo titolo europeo ad un paese fuori classifica mondiale, un paese che nel giorno delle lagrimas de plata ha riservato tutte le sue prime pagine ai cestisti e soltanto un angolino ai fratelli Falasca e al Rafa Pascual amatissimo anche in Italia, al Nanu che abbiamo mandato via dalla Nazionale convinti che ci fosse un allenatore più bravo di lui cresciuto davvero nell'era Velasco.
Due secondi per veder piangere due americani mentre si suona l'inno russo, vecchia musica dei tempi in cui l'Urss dominava tutto, parole nuove che nessuno quasi ricorda sul podio, cominciando da Andrei Kirilenko, orecchie a sventola, magro, affilato come il suo viso da giovane Danko, un artista, il migliore in assoluto dell'europeo. Una storia che sembra incredibile anche perché quando Blatt venne ad allenare in Italia, i sapienti, interrogati sul futuro della Benetton, dicevano che era meglio parlare di calcio, che non c'era bisogno di un americano che allenava da israeliano.